Oltre la via Gluck. Ovvero, del sentimento d’abbandono come argomento politico

«Finché c’era la crescita, il gioco era a somma positiva: potevi anche pensare che i miglioramenti del vicino non fossero, necessariamente, peggioramenti tuoi. Ora che la torta non cresce più, o cresce assai poco, il gioco rischia di essere a somma zero: se qualcuno va avanti, dev’esserci per forza qualcun altro che va indietro. La gente lo ha capito […]. Di qui, anche, il fastidio per la cultura liberal e progressista, magistralmente impersonata da Hillary Clinton. Coloro che sono baciati dai benefici della globalizzazione, soprattutto i ceti istruiti e metropolitani che vivono sulle due coste americane, possono a buon diritto baloccarsi con i problemi post-materialisti e post-moderni dei diritti civili, dei matrimoni gay, dell’integrazione delle minoranze, dell’accoglienza degli immigrati, delle quote rosa, delle tecnologie versi della raccolta differenziata, dei diritti degli animali, della discriminazione linguistica. Ma per chi ha capito solo ora di non avere futuro, per gli abitanti del profondo Sud e dell’America interna, il divario fra i loro problemi e quelli che solo paiono interessare le élite e i “ceti medi riflessivi (copyright Paul Ginsborg) è diventato troppo ampio. O troppo doloroso. Per questo non inorridiscono di fronte a Trump». Queste parole di Luca Ricolfi lette qualche giorno fa (Sinistra e popolo, pp. 156-157) mi sono tornate in mente guardando le proiezioni degli spogli elettorali francesi e pensando all’esito finale di quella tornata.

Ovviamente, meglio di Le Pen qualsiasi cosa, e se abitassi a una cinquantina di chilometri da dove vivo, e decidessi fra due settimane di andare a votare, voterei per Macron. Certo, lui sembra un damerino dalle buone maniere, bravo e colto, ben vestito e sempre a modo nel parlare, il perfetto modello del vincente nei tempi moderni, e proprio per questo so quanto possa risultare respingente per il grosso della schiatta da cui vengo. Però per me la Le Pen è fascista, e proprio per questo temo che la questione non la si risolva semplicemente con un voto, soprattutto se questo sarà percepito e letto come l’unione dei difensori del sistema (da destra a sinistra, seppur in una circostanza unica, che vuole i partiti storici di quei campi fuori dalla corsa per l’Eliseo), contro la voce del popolo, al di là delle categorie della politica tradizionale. Quindici anni fa eravamo di nuovo qui, a chiederci come sconfiggere il vecchio Jean-Marie sperando che i francesi votassero per la destra dal volto umano di Chirac, oggi ci domandiamo se riusciranno con un liberal american style ad aver ragione della figlia Marine. Ma tutte le volte scopriamo che il popolo non vota per quelli che, a parole, sarebbero dalla sua parte. Perché? Perché forse ha ragione Ricolfi: il personale politico della sinistra, per la strada che da tempo ha scelto, tutto può fare tranne che stabilire una connessione con gli strati popolari, con la gente. Come ai tempi del ragazzo della via Gluck, che infatti si meritava in pieno la risposta di Gaber.

Oppure, per stare in Francia, come nel film di Coline SerrauLa Crisi, dove c’è una che sembra girata proprio per spiegare quello che sta accadendo in questi giorni. In un salotto alto-borghese, un senza fissa dimora, Michou, illustra la sua Weltanschauung. In sintesi, dice ai ricchi che ha di fronte che sì, lui è razzista, non parla né pensa bene come loro. Non capisce quello che loro intendano per accoglienza e diritti universali, ma sa che ci sono posti della Terra dove si sta malissimo, e che chi vive lì vuole andare dove si sta un po’ meno male, e allora viene nel suo Paese, e ci si deve stringere per fargli posto. Solo che, a stringersi, non sono quelli che vivono in centro, ma quelli come lui che sopravvivono nelle periferie, e che dovrebbero fare spazio rendendosi più difficile l’accedere al poco che intravedono con il sorriso, altrimenti, quelli dei quartieri agiati li accusano d’essere immorali.

Ecco, noi possiamo ritenerci migliori, continuare a praticare quel «razzismo etico» di cui ci accusa, non senza ragioni, Marcello Veneziani, ma alla fine le paure che con la nostra razionalità colta perché elevata, e quindi lontana dal punto in cui si sentono e si vivono, cerchiamo di negare, rimangono. E chi le vive, e da noi si sente tradito e lasciato solo, giustamente, ci ignora e si rivolge a quelli che, per quanto solo a parole, dicono di capirlo e di non guardare solo a quelli che, comunque, ce la fanno e riescono là dove lui fallisce perché non sa o non può.

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