Il tradimento come categoria storica e politica

Scrive Paolo Mieli, nel recensire per il Corriere della Sera di mercoledì scorso il saggio di Paolo Buchignani, Ribelli d’Italia. Il sogno della rivoluzione da Mazzini alle Brigate rosse, uscito in settimana per Marsilio, che «l’Italia può vantare dei record per quantità di “rivoluzioni tradite”. Qui da noi hanno preso piede le “idee-mito” che siano stati traditi il Risorgimento, la Destra storica e poi la Sinistra, l’Italia liberale, ma anche il fascismo, la Resistenza, la Chiesa cattolica, sia quella tradizionale che quella progressista, il Sessantotto e una serie infinita di “rivoluzioni minori”. Idee-mito che hanno incessantemente alimentato i radicalismi di destra, di sinistra (e talvolta anche di centro)».

Riprendendo molti autori, da Galli della Loggia a Sabbatucci, da Salvadori allo stesso Buchignani di cui cita le parole, Mieli spiega come la responsabilità di tutti questi tradimenti sia stata nei secoli imputata a «“un moderatismo borghese, utilitaristico, antipopolare, governato dall’interesse ed estraneo agli ideali”: di volta in volta “cavouriano e sabaudo, fascista, democristiano, infine, secondo i sessantottini, comunista” (in ragione della scelta togliattiana della rinuncia all’insurrezione armata nel periodo resistenziale). Tra gli imputati figura anche Enrico Berlinguer, colpevole di non aver colto la presunta occasione rivoluzionaria che si sarebbe presentata a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Nonché di aver teorizzato il “compromesso storico” con la Dc. Cioè con il diavolo». Se nei fatti succedutisi tale analisi non fa una grinza, nelle ragioni che quelli hanno prodotto forse si può coltivare il dubbio. E se invece che una disposizione velleitaria dei presunti (quanto spesso solamente sedicenti) “traditi”, alla base di un simile sentimento ci fosse, banalmente, l’irrealizzabilità delle promesse degli altri?

Faccio un esempio, provando a interpretare in modo diverso la prima delle «rivoluzioni tradite» commentata dal saggio di Buchignani e dall’articolo di Mieli, da un’ottica spesso assente nei libri di storia scritti dai vincitori. In una delle più importanti battaglie del Risorgimento, quella del Volturno, fra le file dei garibaldini militavano pure molti ex soldati borbonici, che per la speranza di liberarsi dalle tirannie e i soprusi di quel regime e dei baroni, secondo la promessa del generale di poncho ammantato e dei barbuti intellettuali che ne sostennero moti e motti, avevano disertato unendosi alle camicie rosse. Dopo la destituzione di Francesco II, (il malevolmente appellato Francischiello dai cronisti dell’epoca, allora come oggi, tigri feroci contro i vinti, mansueti gattini fino all’imbarazzo con i vincenti), proprio con quelle nomenclature baronali il nuovo ordine fece patti e si riorganizzò nella sua struttura governativa. Quelli che avevano abbandonato il bianco vessillo per il tricolore, si ritrovarono così a dover riaffrontare a casa propria gli stessi galantuomini da cui speravano di affrancarsi, e lo stesso trattamento che questi riservano ai cafoni. Così, a questi due volte ingannati, dal fato e dagli uomini, non rimase quale destino che sottostare a quella, come la voleva Francesco Saverio Nitti ancora nel 1888, «legge triste e fatale: o emigranti o briganti».

I casi simili potrebbero essere molti altri, dalla Resistenza che doveva sovvertire e cancellare tutto ciò che fu fascismo, mentre mantenne di quello diverse funzioni e, soprattutto, tantissimi funzionari, al rapporto di alterità radicale e inconciliabile fra la società socialista pomposamente ribadita nello statuto del Pci pure dopo il congresso del 1979 e l’alleanza con il partito dagli stessi dirigenti comunisti eletto a simbolo dell’inamovibilità della classe di potere conservatrice e pretesca.

Sto dicendo che il Comitato centrale avrebbe dovuto lanciare e guidare la rivoluzione comunista? Che avrebbero dovuto perseguire l’eliminazione totale di ogni residuo fascista, soprattutto se velato da quelle croci sugli scudi? Quando mai! Al massimo, furono loro a dirlo. E qualcuno, a questo punto del ragionamento sbagliando, ci credé.

Un po’ come, per sdrammatizzare piegando in conclusione verso i temi della farsa, della quale il merito va alla statura dei protagonisti e allo spessore delle vicende, capitò a chi diede credito a quelli che, per un ventennio, si dissero continuamente incompatibili fin sul piano antropologico con Berlusconi e il berlusconismo, salvo poi con lui o altri berlusconiani allearsi e farvi un governo insieme per ben quattro volte di fila.

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