Ma io non sto chiedendo voti

C’è un refrain in cui m’imbatto spesso quando mi trovo a discutere con amici e contatti social sui temi della politica e delle azioni messe in atto dai governi o dai partiti, ed è sintetizzabile in una domanda che mi viene rivolta puntualmente: «sì, va bene, ma tu che proponi?». Il sottinteso è, in buona sostanza, «se non hai alternative attuabili, allora taci e fatti star bene quello che c’è». Ragionamento che pare sensato, ma che muove da una logica errata. Per prima cosa, indipendentemente dal fatto che io abbia o meno una proposta da contrapporre, se una cosa non funziona, non funziona. E poi: io non sto chiedendo voti, non mi sto offrendo di risolvere e superare i limiti che segnalo, non mi sto candidando ad alcunché. Al massimo, valuto quello che accade per come lo vedo.

Quindi, per fare degli esempi, se la disoccupazione, particolarmente quella giovanile, sale, è del tutto evidente che le misure prese per farla diminuire, soprattutto in riferimento ai giovani, non stanno funzionando. Se, ancora, nella scuola i problemi che si segnalavano all’inizio continuano a permanere e altri se ne sono aggiunti, vuol dire che le riforme vendute per “buone” fin dal titolo, o solamente in quello, non funzionano come si prometteva facessero. Se, volendo concludere sebbene la lista sarebbe lunga, gli indici di povertà continuano a segnare cifre allarmanti, vorrà dire che su quel versante non si è fatto abbastanza e il poco attuato non ha funzionato. Che c’entra il fatto che io abbia o meno qualcosa da proporre?

A parte che su queste pagine si è tentato più volte di dare suggerimenti non richiesti (anche ai tempi in cui militavo nello stesso partito da cui ora mi arrivano la maggior parte di quelle critiche), sempre senza la protervia di considerarli esaustivi, la ragione che sottende a quelle censure è interessata e per tanto inaccettabile. In sostanza, si dice all’ipotetico commentatore di un’azione politica: «se non hai idea di come si possa risolvere il problema che denunci, sta’ zitto e tienitelo».

Ma è un assunto fallace per due motivi. Il primo: e dove sarebbe scritto che non posso lamentare una difficoltà se non so come porvi rimedio? Se sono povero, devo per forza avere in mente forme sostenibili di economia distributiva per lamentarmi? Se vengo licenziato, devo capire di mercati e andamenti della produzione prima di manifestare il mio disappunto (eufemismo), o devo conoscere tutte le possibili implicazioni di una modifica del mondo scolastico prima di poter denunciare il fatto che migliaia di studenti si trovino a non aver insegnanti certi a mesi dall’inizio delle lezioni?

Il secondo: ma non era quello che volevate? Non serviva proprio a questo il ripetuto e trito «lasciate lavorare quelli che ne sono capaci»? Vale principalmente per il partito di governo, però sono anni che viene ribadito il mantra della necessità di lasciare spazio a chi ha vinto e di farsi da parte rinunciando all’arte del dubbio e della contrapposizione dall’interno. Così, chi a quello e a questa non ha saputo o potuto rinunciare per effetto dell’imperturbabile realtà delle cose che resiste alla narrazione del potere, appunto si è fatto da parte.

Di quale soluzione vorreste oggi che vi rendesse consapevoli?

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