Ma che cosa ci tolgono quegli ultimi?

Mentre continuano a naufragare i barconi nel Mediterraneo e a farne il più grande cimitero al mondo, al tempo in cui un capo ungherese può pensare di arrestare tutti i migranti “clandestini”, i profughi e i richiedenti asilo presenti sul suo territorio, nella stagione che vede politici italiani parlare di rispedire a casa chi cerca di farsi un’altra vita, dandogli «un sacchetto di noccioline e un gelato», file di disperati continuano a tremare per il freddo attendendo di provare a placare la fame.

Così, in molti hanno visto nella foto pubblicata da Internazionale l’immagine del ricordo di altre epoche, e si son fermati a guardarla e cercare di capire. In tanti, però, in troppi, non han trovato di meglio da dire che riversare su quella la propria bile inacidita. «Se ne tornassero in Africa, invece di venire qui e lamentarsi del gelo», erano, più o meno mitigate, le parole che ho letto in un commento. A poco sarebbe servito dire che quelli lì ritratti erano siriani e afgani, che di certo non erano le condizioni meteorologiche il loro principale rovello e che quel «qui» era Belgrado, un posto che lo stesso commentatore non avrebbe esitato a considerare altrove in mille e mille altre circostanze. Quello che mi ha fatto più male, tuttavia, è stato comprendere che, sulle parole di Primo Levi, noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, noi che troviamo, tornando a sera, il cibo caldo e visi amici, non riusciamo a considerare che questo tuttora è, che ci sono uomini e donne, bambini e vecchi che vivono nel freddo e nel fango, che lottano per un pezzo di pane o un cartone per coprirsi, che muoiono per un portone chiuso e per uno sguardo volto di lato. Anzi, che proprio quegli stessi uomini e donne, bambini e vecchi più degli altri odiamo.

Non tutti e non sto generalizzando. Ma l’avversione che si legge contro chi chiede soltanto di poter accedere a quel tepore e a quel cibo che consideriamo per noi garantito e inconcepibilmente negabile, davvero mi stupisce ferendomi. Da dove nasce questo rancore per chi sta peggio di noi, questo astio per gli ultimi? Che cosa ci avrebbero tolto, il posto su un barcone a rischiare per mare la vita sperando in di non morire di stenti? O forse quello nella fila ritratta in quella foto, in piedi nella neve nell’attesa di qualcosa con cui consolare almeno lo stomaco?

Sono basito, immalinconito e stupefatto al medesimo istante. Perché se solo un po’ di quella rabbia che si riversa continuamente su quelli che pagano per primi e di più le tragedie dell’attualità riuscisse a guardare e dirigersi verso chi e cosa realmente ruba il futuro arricchendosi e prosperando, forse potremmo avere un modo non perfetto, ma certamente migliore di quello che abbiamo.

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