La politica dadaista

«Il gesto, dunque, e conseguentemente lo scandalo sembrano essere i cardini di una coerente poetica dadaista; l’impossibilità di definire in positivo le linee di una ricerca, capace di andare oltre il momento della pura negazione, portò al suo progressivo esaurimento». Così la versione online della Treccani, alla voce «dadaismo».

Ecco, ho pensato proprio a quel movimento artistico leggendo del mancato accordo fra il M5S e l’Alde, l’alleanza dei liberal-democratici nel Parlamento europeo. In sintesi, pare che Grillo e Verhofstadt avessero pattuito una coalizione tattica per costituire il terzo gruppo nelle aule di Bruxelles e Strasburgo. Solo che, mentre al comico genovese il blog dei militanti fa passare qualsiasi tornante con percentuali che in Bulgaria definirebbero «grilline», il politico belga ha dovuto fare i conti con un gruppo di suoi pari e colleghi, che lo ha costretto a una pregevole reinterpretazione del Bartleby di Melville: «grazie, ma avrei preferenza di no». Del leader dei pentastellati penso le stesse cose che pensavo ai tempi dell’alleanza con Farage e gli antieuropeisti dell’Efdd — che ritorna repentina, come uno schizzo dallo stagno in cui è stata lanciata l’ultima pietra della giravolta —, dell’ex presidente del Consiglio europeo (che è sempre quello che voleva stringere il cappio al collo dei greci in difficoltà, non dimentichiamolo) m’ha stupito la tentazione di spregiudicatezza almeno quanto mi ha piacevolmente sorpreso la resistenza (più della compagine che lo sostiene che sua, va detto) alla seduzione dei numeri. In entrambi i casi, due figure piccine in cerca della provocazione e del coup de théâtre (che se nel primo è comprensibile per ragioni di deformazione professionale, diciamo, nel secondo è inspiegabile nella genesi e negli effetti, rimanendo comunque, in tutti e due, un pessimo segnale per lo stato della qualità delle classi dirigenti dell’intero continente).

Chissà, forse i grillini avrebbero dovuto pretendere un confronto in diretta streaming, per inchiodare il loro interlocutore al rispetto dei patti. Di certo, le parole del commento di Grillo alla presa di distanza di Verhofstadt suonano stonate: «L’establishment ha deciso di fermare l’ingresso del Movimento 5 Stelle nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo. Questa posizione ci avrebbe consentito di rendere molto più efficace la realizzazione del nostro programma. Tutte le forze possibili si sono mosse contro di noi. Abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima». Ora, non per puntualizzare l’ovvio, pratica sempre odiosa, ma è proprio in quel “sistema” che il M5S puntava a entrare. Cos’è, se li avessero accettati non sarebbe stato più così malvagio? Non lo definivano tale già prima? Non era proprio Verhofstadt uno dei simboli di quell’establishment contro cui da sempre dicono di battersi Grillo e i suoi?

D’altronde, non è nel modo improvvisato e incoerente col quale la politica in questi tempi è fatta che si possono affrontare e risolvere i problemi che ha davanti. E quella grillina, se vogliamo, è pure la minore delle questioni in ballo. È l’intero complesso a essere saltato, e al suo posto ci sono ormai solo cocci sparsi, su alcuni dei quali, a stento, s’intravede il colore di ciò che furono, senza che questo significhi più nulla. Ecco perché il dadaismo può essere modo di fare anche in ambiti che dovrebbero tendere alla misura delle soluzioni, non già alla semplice manifestazione provocatoria dei limiti.

Ma tant’è, e temo ci tocchi rassegnarci a guardare quel che accade col distacco che merita.

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