O è universale, o non lo voglio

Dopo il voto sulla Brexit, è accaduto di leggere qua e là dotti politicanti di mestiere e potenti per strane sorti spiegare in lungo e in largo che “non sempre il popolo ha ragione” e che, addirittura, non sarebbe peregrino validare le competenze e le conoscenze degli elettori prima di conceder loro il pieno diritto di voto e di scelta. Certo, che i cittadini di qualunque nazione possano sbagliare è vero; dopotutto, non si spiegherebbe altrimenti come farebbero a tollerare in alcuni casi vessazioni e soprusi, o anche solo rappresentanti palesemente non all’altezza del ruolo che rivestono. Da qui a subordinare il diritto di voto a un esame, però, ne passa.

Cerco di chiarire subito nel modo più semplice possibile la mia idea: nessuna delle poche e inutili cose che so mi dà un diritto in più di qualsiasi altro nell’esprimere un qualsivoglia parere, né uno di meno. A sentire quelli che eccepiscono oggi perché «pure quella che acclamava Hitler e Mussolini era “la gente”, era popolo», mi corre un brivido sulla schiena. Perché sì, il popolo sostenne i dittatori, come spesso accade, e sì, il popolo sovente sbaglia: ma proporre di negare la facoltà di espressione con quella motivazione mi sa di scusa restauratrice. E poi, “la gente”, nell’accezione dispregiativa di chi la vuole incolta, che sospinse i totalitarismi non fece nulla di qualitativamente dissimile dagli intellettuali che non si opposero al nazismo o dai professori universitari che non si sottrassero al giuramento di fedeltà al fascismo.

C’è un altro aspetto da non sottovalutare nella perniciosità dell’argomentazione dei sostenitori del “consenso informato” in senso esclusivo. Si sente spesso ripetere che, in linea ipotetica, tale restrizione non dovrebbe valere in generale, ma solamente nei casi in cui l’argomento sul quale si è chiamati a decidere con un voto sia di particolare difficoltà, come l’uscita dall’Unione europea, le trivellazioni in mare o altro ancora. Bene, ma a questo punto, pure la Costituzione è un affare complicato: se ci vollero costituenti di quella statura nel ’46 per definirla e ci sono voluti quasi settant’anni per cambiarla radicalmente, come posso io, semplice elettore, decidere dove stia il giusto e l’errore?

Domani, conseguentemente, questo ragionamento potrebbe essere esteso a qualsiasi aspetto. Per esempio, su cosa si è chiamati a votare alle elezioni politiche? Sul programma elettorale col quale i partiti si presentano (almeno in via teorica). Ora, quel programma avrà delle specifiche in campi complicatissimi, dall’economia all’assetto istituzionale, dalle relazioni internazionali alle norme sul lavoro o sull’ambiente. Quanto posso capirne io? E come evitare, se dovesse passare il principio per cui le conoscenze sono necessarie per esprimere quel tipo di giudizi, che qualcuno non inizi a ragionare anche sui quei temi, proponendo di escludere da quelle elezioni quanti non sappiano pienamente capirne l’intero significato e tutte le implicazioni? E magari, proporre una sorta di voto differenziato, in base, appunto, alle competenze di ognuno.

Io potrei capire di economia ma non di ambiente, essere un esperto di questioni scolastiche ma non aver alcuna idea di cosa siano le relazioni internazionali; allora, per quelle competenze, sarei in grado di votare alle elezioni amministrative e regionali, ma non per le politiche e via dicendo. Se si presuppone la necessità di un esame di cittadinanza, come non impedire che esso valga per tutti i campi o possa differenziarsi per livelli differenti? Sarebbe la fine del suffragio universale.

Ma prima dell’esame, a quel punto rinuncerei al mio diritto.

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1 risposta a O è universale, o non lo voglio

  1. Fabrizio scrive:

    O e’ Universale il dirito di partecipazione e deliberazione, per ogni avente diritto al voto “cittadina/cittadino”, al prorio sistema stato, o non lo voglio in diversi sistemi regionali.
    Dicesi universale il valore assoluto del diritto; dicesi universale il valore aggiunto” dovere politico/culturale” che crea senso comune della libera volontà ; dicesi universale il valore aggiunto “ dovere politico/sociale” che produce e sviluppa “ costantemente nel tempo” redditività democratica e giustizia sociale.

    Dal Porcellum contro al Mattarellum di ieri per arrivare ad oggi dal Bersanellum contro all’Italicum!
    Paradossi su paradossi, avanti tutta!

    Tutti ci girano intorno , a scarica barile, a comparti stagni!

    Un sistema elettorale universale “ polifunzionale” nazionale deve nascere dalla sua Costituzione e non viceversa.

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