Se quelle assunzioni fossero vere

E se fosse vero che «l’Italia è uscita dalla crisi», allora le cose starebbero diversamente, non credete? L’Istat pochi giorni fa ci ha spiegato che nel 2015 il nostro Paese ha raggiunto vette di povertà che si credevano lontanissime, nella storia e nella geografia: 4,5 milioni di persone vivono in una condizione di privazione assoluta, il 7,6% della popolazione. Erano il 6,8% nel 2014 e il 7,3% nel 2013.

Quel dato della miseria spiega meglio dei mille politicismi quanto stia succedendo, i fenomeni di voto anti establishment che si registrano e a cui una politica comoda vorrebbe dare la semplice etichetta di “populismi”. Prendiamo, per fare un esempio, il voto al partito di potere e di governo. Nel 2014, alle europee, questo trionfava col suo 40,8% dei consensi. Alle regionali dell’anno successivo, insomma, vinceva ancora ma non con quel risultato schiacciante che ci si sarebbe aspettati data la narrazione entusiasta che in molti ne facevano. Alle recenti comunali ha perso, e a poco è valsa la favolistica sulla ripresa dell’occupazione, della fine della crisi, della recessione alle spalle. Se qui dati fossero stati veri, non si sarebbero dovuti trasformare in un plebiscito elettorale?

Il fatto, invece, è semplicemente che il racconto è staccato dalla realtà. Perché la si può disegnare come si vuole la vita di tutti i giorni, ma se per la statistica io sono occupato anche solo se prendo un voucher per un’ora di lavoro, concretamente rimango povero, o m’impoverisco. Queste, e non le scuse di comodo come “la frattura dell’unità a sinistra” (che con quello che ha riscosso alle amministrative, la sinistra “fratturatasi” nulla avrebbe potuto, in un caso o nell’altro) sono le motivazioni per cui poi il voto, quando sempre meno viene espresso, diventa simbolo e segno di quel distacco.

Finché basteranno quei segni e quei simboli, ovviamente.

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