Qualunquismo e voglia di partecipare

Le ultime vicende che hanno interessato il M5S portano al centro della scena il discorso sul che cosa sia quel movimento, se davvero possa essere, o essere stato, il tentativo di rispondere a una evidente crisi dei partiti o se, invece, non è altro che la riproposizione della vecchia demagogia a uso dei ricchi e dei ceti benestanti, che di tutto il chiacchiericcio intorno al “noi siamo la gente” si curano come delle macchioline di pioggia sull’auto appena lavata. Un  discorso, però, che va fatto un po’ su tutte le espressioni che una facile prassi archivistica vuole come “populiste”: in sintesi, esse sono realmente, e solo, “qualunquismo” o, al contrario, un più articolato e diverso modo di chiedere “partecipazione”?

“Qualunquista”, come termine, nasce dall’esperienza del Fronte dell’uomo qualunque di Guglielmo Giannini ed è poi diventato il sinonimo di un muoversi nelle cose della politica evitandone gli aspetti ideologici, volgendo velocemente verso le accezioni negative aiutate da un rifiuto aprioristico di tutto quello che sia politica istituzionalizzata da parte dei propugnatori di quella dottrina. Il movimento di Giannini si spense in pochi anni, dal ’44 al ’48 passando per una fiammata elettorale nel ’46. Oggi, viceversa, siamo di fronte a formazioni che esistono da tempo e godono di un dato elettorale, potremmo dire, consolidato; in cosa si differenzia l’essere molto più strutturato e duraturo di queste esperienze da quell’effimera avventura nata e finita tra la fine del secondo conflitto mondiale, la nascita della Repubblica e l’approvazione della Carta costituzionale?

Sicuramente, in favore della scomparsa del partito di Giannini giocarono le capacità dei dirigenti alla guida delle altre formazioni politiche, e forse ciò spiega anche buona parte delle motivazioni per cui oggi di movimenti di natura non dissimile si fatica a intravederne il tramonto effettivo, quando non il semplice ridimensionamento delle prospettive. Ma non è da escludere che giocò un ruolo forte pure l’assetto che la politica e le istituzioni proprio attraverso i partiti si diedero, togliendo molti dei motivi per cui venivano criticati dal tavolo della discussione.

Cos’era se non la traduzione in legge di quel moto di partecipazione che animò i resistenti prima e riempì le urne dell’Italia liberata poi la lettera dell’articolo 49 della Costituzione? «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Le scelte dei cittadini, lì, diventano la politica della nazione. Non solo l’espressione di un voto, ma il concorrere a determinare l’agire delle istituzioni. In pratica, la concretizzazione materiale di quella “sovranità del popolo” fondamento democratico e repubblicano. Attraverso i partiti, ovviamente.

Perché i cardini della rappresentatività si imperniano in quelle formazioni e giungono dal cittadino all’eletto. La democrazia diretta è una visione buona per calmierare le rivendicazioni degli esclusi, ma nei fatti è una meta quasi irraggiungibile in sistemi complessi come gli Stati moderni. Di contro, la separazione fra i rappresentanti e i rappresentati, proprio per quella complessità, rischia di essere insanabile. Ecco allora che nascono i partiti come collettori delle aspettative e delle rivendicazioni delle parti reali del Paese e promotori della relativa loro traduzione in azioni politiche e di governo.

Oggi, al massimo, questi stanno diventando organizzatori di consenso, macchine da voti e da campagna elettorale, mentre i dirigenti, sempre più e proprio per la mancanza di quella prassi costante del collegamento, vengono percepiti come funzionari politici, e gli eletti non sono più intesi quali rappresentanti, ma come espressione di gruppi di potere, interni o esterni alle forze politiche, non proiezioni delle istanze della base nei “palazzi”, quanto professionisti interessati ad allungare la personale attività lavorativa.

Credo sia in quel sentimento d’esclusione la ragione di ciò che chiamiamo “qualunquismo”.

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1 risposta a Qualunquismo e voglia di partecipare

  1. Fabrizio scrive:

    In questi giorni , si e’ visto ed ascoltato, oggi più di ieri e meno di domani” ahimè per noi , la voglia politica dell’auto-convincimento (auto-controllo) ad auto-assolversi dal mancato equilibrio “ credibile ed affidabile “ ( statico e dinamico) del Ns. Sistema Stato .

    Se un governo (peso) ha la facoltà di mettere la fiducia sui diritti civili è altrettanto giusto che il popolo sovrano(contrappeso) partecipi alla fiducia/sfiducia delle regole politiche parlamentari rappresentative
    “ diritti politici “ .

    Come prima cosa bona e giusta e’ dovere politico chiedere la partecipazione “deliberativa” del popolo sovrano sui Regolamenti di Camera e Senato.

    Sarebbe molto credibile ed affidabile, “rivalorizzare” l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

    La Terza Carica dello Stato da tre anni a questa parte ha parlato piu’ volte, ai media e alla televisione, di una Bozza di Rinnovamento Regolamento Camera dei Deputati.

    Perche’ non e’ entrato in vigore nel corso di questa legislatura ?

    p.s. continua……..

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