E quindi, che dovrebbero fare i tassisti?

Come accaduto lo scorso anno a Torino, nelle settimane passate a Milano i tassisti hanno protestato contro Uber e i servizi di trasposto gestiti via smartphone. Il mondo va avanti, mi spiegano, e tutti usiamo le nuove tecnologie per comprare i biglietti dell’aereo, i libri, le cose che ci servono e quelle che no, e che lì costano meno: perché per i taxi dovrebbe essere diverso?

Già. D’altronde, anche il tassista prenoterà le sue vacanze su un sito, spunterà il prezzo migliore per il cellulare attraverso un motore di ricerca, troverà online quella giacca che nel negozio non poteva permettersi. E pure l’agente di viaggi, il commerciante di telefoni e la commessa nel negozio devono vivere. Sì. Ma allora che cosa dovrebbero fare, e dovremmo fare tutti? Rassegnarci a veder scivolare via dalle nostre stesse mani il lavoro che ci dà da vivere? Metterci in buon ordine nel nostro posto della fila, aspettando che un’app ci sostituisca?

Quei tassisti siamo noi fra qualche anno e i posti di lavoro fatti fuori dall’innovazione tecnologica nelle fabbriche qualche anno fa. Nessuno si tiri fuori, nessuno si senta al sicuro; o ci facciamo classe o, piano piano, tutti saremo licenziati da un’evoluzione di processo che renderà superfluo, inutile ed eccessivamente costoso quello che stiamo facendo.

Perché io, quando guardo un taxi, non posso non pensare alla Signorina Effe, il film, e a Sergio, l’operaio che alla fine della stagione di lotta perde il suo lavoro nella grande fabbrica perché di quel conflitto la “maggioranza silenziosa” (dai licenziamenti e dal peggioramento delle condizioni di vita ancora non toccata, ma dai disagi dei picchetti sì, come dai blocchi del traffico) non ne poteva più. E allora, per vivere, compra una licenza – magari indebitandosi – per poter guidare una di quelle auto bianche con la scritta illuminata sul tettuccio.

Un giorno, a Sergio, il tassista, capita di ritrovarsi sul suo taxi, in quella stessa Torino delle lotte, la signorina della sua giovinezza, che non aveva voluto seguire i suoi compagni delle carrozzerie, delle lastrature o delle vernicerie, perché si sentiva, lei ai piani superiori degli impiegati, così vicina ai capi, al sicuro dal riassetto produttivo.

E che alla fine era stata licenziata pure lei, perché i maggioritari silenti non sono mai classe.

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