Una lezione di vita

«Ma che cavolo sono queste “incoerenze” di cui parli. Le vedono solo quelli che pensano che lì vi sia davvero un conflitto, che le parti siano realmente contrapposte. Per me, invece, sono pienamente coerenti col loro ruolo, con la loro classe». «Non capisco», risposi stupito e incuriosito all’amico che mi lanciava addosso la sua analisi.

«Certo, è ovvio che tu non capisca; sei come loro. Con la tua giacca e con la tua cravatta, stai nella loro parte di mondo. Me lo avete insegnato voi, no? La società si divide in classi, e queste fra loro lottano. Bene: che siedano a destra o a sinistra su quelle poltrone, sono sempre della stessa classe. Quella di quanti stanno bene. Che poi è pure la tua. Il gioco che chiamate politica è solo questo, un gioco, appunto. Io sono senza lavoro da quasi quattro anni, tiriamo avanti con un po’ di nero che riesco a fare con gli 800 euro che la cooperativa  delle pulizie dà a mia moglie. E speriamo di non ammalarci. Loro, e tu con loro, stanno comodamente tranquilli, in una zona della società in cui io noi non arriveremo mai: pensi davvero che possano rappresentare me o esser parte della classe di quelli che stanno sotto? No. Infatti un accordo lo trovano sempre, perché condividono lo stesso interesse».

Forse era colpa della mia cravatta, ma non provai nemmeno a replicare, a spiegare che i miei milleduecento euro precari non eran poi tanti di più degli ottocento di sua moglie. D’altronde, non sarebbe stato vero: non avevo e non ho le sue difficoltà, dal suo punto di vista, ero e sono di un’altra classe. E probabilmente, non aveva e non ha tutti i torti.

Continuiamo a parlare di regole e schemi interpretativi che non valgono per tutti. Gli esclusi, quelli non contemplati, quanti non ce la fanno e per questo rinunciano, della democrazia, della “nostra” democrazia, non sanno che farsene. Le istituzioni, i meccanismi di composizione dei conflitti, le dinamiche dei processi rappresentativi e di governo sono affari che non li riguardano per la semplice ragione che raramente questi guardano alle loro problematiche, alle loro esigenze, alle loro vite.

Demagogia, populismo, qualunquismo? Magari sì. Però, se vi bastano queste etichette per dormire sonni tranquilli, è perché quei vissuti sono lontani da voi, dalle vostre esperienze, dal giro dei contatti e delle conoscenze che avete. Ma ci sono quelli che li portano sulla propria pelle, e sono sempre di più, come i numeri sulla disaffezione strisciante o sull’aperta contestazione raccontano. Per chi voglia leggerli e provare a interrogarsi sul loro significato, ovviamente.

Buona Liberazione. Domani.

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2 risposte a Una lezione di vita

  1. Fabrizio scrive:

    Tanto in mezzo al campo di gioco”della politica” non c’e’ una ruota “cosmica, giusto?
    In realta’ c’è una sola squadra che si allena nello stadio Italia, a porte chiuse, con libero accesso a pochi giornalisti e niente telecamere.
    Una squadra di undici giocatori che si allenano a ballottare il pallone del consenso.
    Non c’e’ nessun arbitro perchè è l’allenatore stesso a fischiare e dettare i tempi.
    L’allenamento si svolge al centro campo con spostamenti da qua in là e da là in qua.

    p.s. continua……………………….

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