La grandezza di non farsi tirare per la stola

A qualche giorno dalla processione della via Crucis guidata da Francesco, sono stupito di non aver letto, se non sporadici, commenti e interpretazioni della sua preghiera recitata durante la cerimonia. Uno stupore, però, che nulla c’entra il testo della sua invocazione, dal mio punto di vista, perfettamente in linea con lo spirito di quella dottrina, ma con la mancanza di reazioni “appropriative” di quelle parole. La spiegazione, credo, sia da ricercare proprio nell’orazione.

Il Papa prega la “croce di Cristo”, che lui rivede «nei volti dei bambini, delle donne e delle persone, sfiniti e impauriti che fuggono dalle guerre e dalle violenze e spesso non trovano che la morte e tanti Pilati con le mani lavate», «nei potenti e nei venditori di armi che alimentano la fornace delle guerre», «negli stolti che costruiscono depositi per conservare tesori che periscono, lasciando Lazzaro morire di fame alle loro porte», «nei distruttori della nostra “casa comune” che con egoismo rovinano il futuro delle prossime generazioni», «nel nostro Mediterraneo e nel mar Egeo divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata». Frasi che potrebbero essere riprese da tanti “sinistri” senza più miti, divenuti per sottrazione ideologica ambientalisti e umanitari, difensori dei diritti individuali e profeti del relativismo culturale. Però, il pontefice romano subito aggiunge di trovare quella stessa croce «nelle nostre sorelle e nei nostri fratelli uccisi, bruciati vivi, sgozzati e decapitati con le spade barbariche e con il silenzio vigliacco» come «nei fondamentalismi e nel terrorismo dei seguaci di qualche religione che profanano il nome di Dio», ma anche «in coloro che vogliono toglierti dai luoghi pubblici ed escluderti dalla vita pubblica, nel nome di qualche paganità laicista o addirittura in nome dell’uguaglianza che tu stesso ci hai insegnato». E qui sembra offrire ragioni ai “destri” in cerca d’autore, rendendo difficile, dall’altro lato, sposarne le cause. Che succede? La Chiesa non parteggia? Si astiene? No: semplicemente, fa un altro mestiere.

Ci sarebbe poi da aggiungere che il successore di Pietro non dimentica di ricordare quanto siano importanti per la comunità dei cristiani le «persone semplici che vivono gioiosamente la loro fede nella quotidianità e nell’osservanza filiale dei comandamenti», le «famiglie che vivono con fedeltà e fecondità la loro vocazione matrimoniale» e i «perseguitati per la loro fede che nella sofferenza continuano a dare testimonianza autentica a Gesù e al Vangelo». Insomma, per chi volesse tirarlo per la stola da un lato o dall’altro, le sue omelie sono davvero un po’ ostiche. E forse in questo non “grandi”, nel senso che non si piegano alle miserie del presente in cerca di apprezzamenti facili e consensi immediati.

Lui è un prete che parla di una religione rivelata: chiede fede e osservanza, non condivisione ragionata. E mette a nudo la debolezza di quanti, avendo finito per buttare con l’acqua sporca dei totalitarismi il bambino dell’ideologia quale apparato culturale e interpretativo, oggi si sentono smarriti e cercano d’aggrapparsi al pastorale della misericordia perché non sanno più parlare di classi, o, nel campo avverso, sperano di usare come spada quella croce perché evocare i manganelli fa perdere voti nelle fasce di elettori moderati.

Lui, invece, continua a distinguere fra ciò che appartiene a Cesare e quel che è di Dio.

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