Forse la risposta non è economica

Sicuramente un limite della tradizione marxiana è stato quello di aver contribuito a ridurre il dibattito pubblico sullo stato degli individui e delle società a una questione meramente economica e quantitativa. Certo, a discolpa del Moro di Treviri, si potrebbe recuperare una lettura diversa della realtà che egli tentò nei Manoscritti del ’44 (cosa peraltro già fatta in una stagione che per molti è stato comodo archiviare nella sua banalizzazione, quella degli anni sessanta del secolo scorso), ma è innegabile che la sua ingombrante analisi abbia costretto i suoi seguaci e i suoi avversari su quel terreno quasi esclusivo.

In questo modo si può spiegare un imbarazzo evidente nell’ultimo rapporto del centro studi di Confindustria. Spiegano i ricercatori di viale dell’Astronomia che «l’economia italiana, anziché accelerare sta rallentando», il «mancato decollo della ripartenza resta un vero rebus», per poi aggiungere: «le ragioni per cui non si riesce a prendere il vento favorevole sono legate al fatto che ci sono comportamenti più prudenti, si tende a essere meno risoluti. C’è un tasso di risparmio molto basso, che è ai minimi storici. Per noi resta un mistero questo rallentamento. Pensiamo che nel corso di questo autunno ci sia una ripresa di slancio legata ai giudizi sugli ordini delle imprese che producono beni di consumo».

Essendo compresa in quelle valutazioni la vita di milioni di persone, l’ilarità è bandita. Di certo, però, qualche sorriso amaro scappa. In pratica, il metro degli studiosi di Confindustria non riesce a misurare quello che accade e le loro lenti non colgono il perché di quella frenata non prevista. Se vogliono, provo con una mia personale valutazione: probabilmente essa è il risultato di alcuni comportamenti collettivi che mettono in stallo il sistema.

Comportamenti che non sono posti in essere per una sorta di volontà “anti-sistema”, come arma rivoluzionaria o solamente per cattiveria. No, semplicemente nei numeri che Confindustria festeggiava disperdendo nell’aria i sugheri dello champagne non erano contemplati quelli che non possono nemmeno permettersi il vino nel cartone o chi rischia di finire in quella condizione. E siccome gli uni e gli altri, nel sistema monodimensionale dell’uomo pensato come consumare (a proposito di quegli anni sessanta prima citati), per il sistema sono essenziali nelle loro facoltà di spesa, l’impossibilità ad agire dei primi e la paura di farlo dei secondi diventa sabbia negli ingranaggi del capitale.

Il liberismo iper-competitivo, esasperato e ineguale, in fondo, è questa cosa qua: milioni di persone escluse che non possono contribuire a far girare l’economia, altri milioni che hanno paura di non poterlo fare, perché ogni giorno li si minaccia con la flessibilità eretta a sistema di vita, la competizione concorrenziale nella loro sicurezza di impiego e reddito, la pensione rimandata a quando si sarà troppo vecchi per usarla, e qualche migliaia di vincitori, solitari a godersi la vittoria sul loro carro trionfale.

Almeno fintantoché qualcuno continuerà a spingerlo.

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