Noi che facciamo?

Inevitabilmente, in questo periodo ci si trova a discutere di quanto siano correlati il fenomeno del fondamentalismo con quello della marginalizzazione e delle povertà, nelle metropoli europee come nei territori mediorientali. Le condizioni sociali sono sempre state determinanti per la formazione delle coscienze, lo sappiamo almeno dai tempi di Marx, così come da quei tempi sappiamo che la religione può essere un forte stupefacente collettivo. Ciò che scopriamo oggi è che essa non deve per forza essere un oppiaceo, ma può diventare un vigoroso eccitante.

La lettura che alcune tradizioni fondamentaliste e radicali fanno dei precetti del Corano diventa così moto di rivolta contro l’ordine sociale e le democrazie occidentali. Quella religione così travisata diviene quindi un’ideologia antisistema, facendo il percorso contrario che portò il cristianesimo protestante, luterano e anglicano, a porsi quale fondamento morale e giustificazione etica del capitalismo all’inizio della sua avventura industriale e finanziaria. Nulla di nuovo, verrebbe da dire: quando c’è un’assenza di ideologia che si ponga in alternativa al sistema dominante, le religioni diventano uno strumento, che sia di stabilizzazione o di destabilizzazione. Questa mancanza di alternativa è lo stato della sinistra attuale.

Sul piano antropologico, noi che proviamo ad allungare le nostre vite fra soddisfazioni materiali e piaceri culturali e chi è disposto a farsi esplodere pur darsi alla sua causa trascendente, ci dividiamo lungo la linea che, per dirla con Nietzsche, divide il nichilismo “passivo” dal nichilismo “attivo”. Il primo, di chi vive la propria esistenza senza prendere rischi, ma cercando solo sicurezza e comodità, come l’Ultimo Uomo, che “non scaglia più la freccia del suo desiderio al di là dell’uomo, e la corda del suo arco ha disimparato a sibilare”. Il secondo, di quanti nella vocazione distruttiva e autodistruttiva sublimano il proprio terrore della libertà, giacché, come insegna il Grande Inquisitore di Dostoevskij, di questa nulla è mai stato più intollerabile per l’uomo.

Guardando al terreno sociale e politico, quella radicalità denuncia un’assenza. E soprattutto, denuncia quell’assenza all’interno delle democrazie occidentali. Quel che manca è un pensiero diverso e, anch’esso, radicalmente alternativo a ciò che c’è, in grado di tenere dentro i sogni, le speranze e le ambizioni di coloro che, hic et nunc, sono esclusi. La reazione della buona borghesia educata, quando non è di ipocrita e finta commiserazione, è di uno sprezzante giudizio davvero chiarificatore.

“Sfigati”, ha definito gli attentatori di Parigi sul giornale di quella che fu la più grande famiglia industriale italiana un commentatore dai toni sempre paternalisti, in pratica contrapponendoli al modello “vincente” di chi accetta tutte le regole del sistema e ne trae vantaggio. “Non cambieremo il nostro stile di vita”, s’è detto dalla parte ricca e potente del mondo dopo la strage, e io immagino gli abitanti delle periferie globali commentare amari: “non avevamo dubbi”. E mentre “l’Europa che conta”, di destra e di sinistra, si riconosceva nelle commemorazioni all’ombra delle libertà espresse dai palazzi barocchi di Parigi, un leader religioso come Francesco predicava in uno slum di Nairobi; lì dove quella tristezza s’accresce in rancore, non ci sono politici ma uomini di fede, e non si può confidare che siano sempre e solo quelli mossi da intenti pacifici e altruisti.

Non c’è nulla che dia senso a quello che è accaduto, nessuna guerra o miseria giustifica il terrorismo, come nessun terrorismo giustifica guerre e miserie. Però, a me sembra che continuiamo a camminare nel medesimo buio che non ci ha fatto vedere la tragedia che stava arrivando. Ancor di più ci camminiamo noi che ci diciamo di sinistra: mentre tutto questo accade, sembriamo non esserci o non essere in grado di far nulla.

Ogni ascesa del fascismo, diceva Benjamin, testimonia una rivoluzione fallita, perché di essa c’erano le condizioni, evidentemente, ma nessuno capace di incanalarle in un verso progressista. E Horkheimer disse di quelli che non avevano voluto parlare in modo critico del capitalismo, che avrebbero fatto bene a tacere pure sul nazismo.

Se quello che si profila dall’alba di questo nuovo secolo è il moderno e aggiornato uso criminale e violento della disperazione delle masse e dei popoli per la ricerca del potere, come appunto il nazismo e il fascismo sono stati nel secolo scorso, noi di sinistra che facciamo?

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2 risposte a Noi che facciamo?

  1. Fabrizio scrive:

    Chiudersi”alle spalle” una porta e aprire un portone con gli altri.
    Mettersi in mobilita’ “licenziarsi” ! Dimettersi per dire no ai privilegi degli uni verso gli altri;dimettersi per dire no a riforme ingiuste; dimettersi per dire no eccetera ed eccetera.
    Dimettersi per stare accanto ai senza lavoro,ai precari/esodati……….
    Dimettersi per dire no alla paura, all’ odio……….
    Dimettersi per ………..

  2. Enrica scrive:

    “Non cambieremo il nostro stile di vita” lo possono dire solo quelli che hanno un buon stile di vita, uno stile di vita agiato, gradevole, soddisfacente. I poveri cristi (come si diceva una volta) lo cambierebbero volentieri. Magari in meglio, lor signori permettendo. Poi, se si sentono presi in giro e alzano la voce, non mi stupisco e approvo. La voce, non certo le mani. La classe operaia italiana ci ha dato lezioni di grande capacità, civiltà, intelligenza. Non sarebbe male attingere alla fonte di questa esperienza, senza fare troppo i presuntuosi.

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