Le parole del Papa e noi

“Nella Chiesa ci sono persone che invece di servire e pensare agli altri, si servono della Chiesa: gli arrampicatori, quelli attaccati ai soldi. Quanti sacerdoti, quanti vescovi abbiamo visto così?”, si chiede il Papa nell’omelia della messa mattutina a Santa Marta, e non pochi si chiedono dove stia andando la Chiesa di Francesco. Penso, però, sbagliando domanda. Quella giusta dovrebbe essere “da dove viene quella Chiesa?”. E a questa rispose lo stesso pontefice al momento della sua elezione: “sono venuti a prendermi dalla fine del mondo”, dal margine, dalle periferie, lì dove, “se parli di poveri, non puoi fare una vita da faraone”, perché il confine fra i ricchi e chi non ce la fa è netto e non è permessa confusione.

Quasi mai mi occupo delle parole della fede: non è il mio campo, non mi appartiene. Sentire però il capo di quella Chiesa ricordare che “la radicalità del Vangelo, della chiamata di Gesù Cristo è servire, essere ‘al servizio’, non fermarsi, andare oltre sempre, dimenticandosi di se stesso, al di là della comodità dello status, quella che ci fa dire ‘io ho raggiunto uno status e vivo comodamente’, ma senza onestà”, ecco, interroga un po’ tutti. Francesco non sceglie le parole a caso: dice “radicalità” perché intende proprio la radice di quella “chiamata”, di quella scelta, di quella parte, oserei, in cui si decide di stare. E noi, tutti gli altri? Credenti o meno, come viviamo le cose in cui diciamo di credere? Cercandone la “radicalità”, per quanto possibile, o fermandoci a quella “comodità dello status” più o meno soddisfacente?

Con tutte le debite riflessioni sulla differenza fra un percorso di fede e altri di vita, sociali o politici, la domanda rimane, e molto spesso è evitata. In uno scambio di opinioni su Facebook, mi è stato obiettato che, nel 2015, mettere in relazione gli ideali politici con il ceto sociale di appartenenza non ha più senso. Considerazione non sbagliata, ovvio. Ma rimane la correlazione fra quello che si dice e quello che si fa e si è.  E resta quell’indicazione di Bergoglio: se parli di poveri, non puoi vivere come i ricchi. Perché altrimenti, quelli a cui parli, non ti credono.

E finisco venendo alla politica che, rispetto alla fede, è un po’ più il mio campo. Sto forse dicendo che per parlare di povertà bisogna vendere tutto ciò che si possiede e darne il ricavato ai poveri? Quando mai, quella è la via per andare con Cristo nel regno dei cieli ed essere perfetti. Sto dicendo, però, che nemmeno si può parlare di quei temi dall’alto di redditi a sei o nove zeri e sperare di risultare credili per quelli che dovrebbero ascoltare. Quanti sono i poveri che guardano alla politica come via per la soluzione dei loro problemi? Quanti alla sinistra? E non ci viene mai da interrogarci sul perché non credano a quello che diciamo?

Ho letto ieri un articolo su Critica liberale che parlava del soggetto politico a cui ho aderito. Bene, diceva che questo, a loro parere, si inserisce in un filone che va dai Gobetti ai Salvemini, dai La Malfa, Ugo chiaramente, ai Pannunzio, “non comunista, né postcomunista”, capace di guardare ai “settori in gran parte nuovi della società ma che si pongono nella vita e nell’arena pubblica in continuità con quei ‘ceti medi riflessivi’ e quelle borghesie dinamiche che sono state il tradizionale terreno di rappresentanza della ‘altra sinistra’ laica, progressista, democratica, liberale”.

Fatta la tara del giudizio personale dell’autore del commento, in effetti, se penso a chi c’è in quel soggetto oggi, la descrizione dei rappresentati non è lontana da quelle parole. Io stesso, con mille difficoltà e sorvolando sul genetico anarchismo cafone che mi tiene lontano da incasellamenti, da un osservatore esterno potrei essere inserito fra questi.

Ma da tutti gli altri, quali parole supportate da gesti abbiamo per farci credere e capire?

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