Viva il prefetto!

Per Giuseppe Saredo (Il prefetto nel diritto pubblico italiano, in Giurisprudenza italiana, 42, 1890, parte IV coll. 1-46) “ogni prefetto è un ministro nella provincia che governa”. Per Teodosio Marchi (Gli uffici locali dell’amministrazione generale dello Stato, in Primo trattato completo di diritto amministrativo italiano diretto da V.E. Orlando, Milano, 1907, vol. II, parte I, p. 158) “di più”, in ragione del fatto che “la legge concede al prefetto ciò che non concede al ministro, che gli concede cioè di fare in caso di urgenza i provvedimenti che crede indispensabili nei diversi rami di servizio (articolo 3 della legge comunale e provinciale del 1865)”, per cui “si sarebbe tentati a concludere che un prefetto è nella provincia qualcosa di più di un ministro nello Stato”. Per Gaetano Salvemini (Il collegio uninominale, in Opere VIII, Scritti vari, Milano, 1971-1978), essi fanno dell’Italia una vera e propria “prefettocrazia”.

Ma è per Luigi Einaudi (Via il prefetto!, con lo pseudonimo di Junius su la Gazzetta Ticinese del 17 luglio 1944) che democrazia e prefetto “repugnano profondamente l’una all’altro”. Quanti “parlano di democrazia e di costituente e di volontà popolare e di autodecisione e non si accorgono del prefetto, non sanno quel che dicono. Elezioni, libertà di scelta dei rappresentanti, camere, parlamenti, costituenti, ministri responsabili sono una lugubre farsa nei paesi a governo accentrato del tipo napoleonico”. Dovremmo, aggiunge il primo presidente della Repubblica, prendere esempio dalla Svizzera, dove “sanno che la democrazia comincia dal comune, che è cosa dei cittadini, i quali non solo eleggono i loro consiglieri e sindaci o presidenti o borgomastri, ma da sé, senza intervento e tutela e comando di gente posta fuori del comune o a questo sovrapposta, se lo amministrano, se lo mandano in malora o lo fanno prosperare”.

A leggere oggi le parole di quel padre costituente vien da sorridere. Però lui spiega anche altre cose, pure i motivi per cui si ricorre a quelle figure di tutela della politica. “La classe politica”, scrive lo statista piemontese, “non si forma da sé né è creata dal fiat di una elezione generale. Ma si costituisce lentamente dal basso; per scelta fatta da gente che conosce personalmente le persone alle quali delega la amministrazione delle cose locali piccole; e via via quelle delle cose nazionali o inter-statali più grosse. La classe politica non si forma tuttavia se l’eletto ad amministrare le cose municipali o provinciali o regionali non è pienamente responsabile per l’opera propria. Se qualcuno ha il potere di dare a lui ordini o di annullare il suo operato, l’eletto non è responsabile e non impara ad amministrare. Impara ad ubbidire, intrigare, a raccomandare, a cercare appoggi. Dove non esiste il governo di sé stessi e delle cose proprie, in che consiste la democrazia? Finché esisterà in Italia il prefetto, la deliberazione e l’attuazione non spetteranno al consiglio municipale ed al sindaco, al consiglio provinciale ed al presidente; ma sempre e soltanto al governo centrale, a Roma”.

E se nella stagione giolittiana, Salvemini (“Il ministro della mala vita” e altri scritti sull’Italia giolittiana, in Opere IV, Il Mezzogiorno e la democrazia italiana, Milano, 1971-1978) vedeva in quei funzionari dei controllori per conto del governo sulla politica e le elezioni (peraltro favoriti dal fatto che “quando gli elettori sono scarsi, il segreto del voto è una finzione”; non dimentichiamolo in tempi di astensione crescente), è con il fascismo che di essi si fa strumento di rafforzamento dello Stato burocratico e accentrato, con un ruolo di collegamento tale da porli, in sostanza, al di sopra delle articolazioni locali della macchina amministrativa e del sistema politico.

Einaudi, per dar senso compiuto alla tesi della sovranità popolare, con tutto il corredo di autodeterminazione e responsabilità che ne consegue, poneva “il delenda Carthago della democrazia liberale” nella conclusione: “via il prefetto!”. Oggi, grazie alla volontà accentratrice di Renzi, celebrata da una classe politica tremebonda perché smarrita, il punto di inizio della post-democrazia pare essere tutto in quegli osanna urlati, con voce forte di chi vuol nascondere l’animo arrendevole, dall’Alpe a Sicilia, da Roma a Milano: “viva il prefetto!”.

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