Il mestiere di campare

Metti una sera in pizzeria fra amici a parlare di politica. Non riuscire a evitare di finire col parlare di protagonisti quali Orfini, Serracchiani, Boschi e Nardella, è una cosa che fra persone serie in un mondo normale non dovrebbe capitare. Ma in un mondo normale, a tipi come Orfini, Serracchiani, Boschi e Nardella non capiterebbe di diventare protagonisti della politica, e quindi. Quindi capita pure di parlarne. Anche di uno come Scalfarotto, per esempio.

Ieri, il Pd ha dimesso Marino, facendo unire le firme dei suoi consiglieri a quelle di Marchini e altri di destra nello studio di un notaio. Bontà loro, questo è lo stato dei fatti: Matteo, quello che può, aveva ordinato, Matteo, quello che deve, aveva eseguito, i consiglieri, per quel che han potuto, hanno trattato, e poi si sono adeguati. Il sottosegretario alle riforme, ha subito tenuto a spiegare come il problema dell’ormai ex sindaco di Roma stesse tutto in una sua pressoché totale “mancanza di mestiere”. Ora, ci può stare: è sempre stato definito un “marziano”, e come alieno dalle cose della politica non ne ha saputo gestirne le complicazioni. Ma marziano in quel senso Marino lo era da prima, se non di più, quando però Scalfarotto lo celebrava come “un grande sindaco”, quando chiedeva che lo si lasciasse lavorare, come si direbbe di un chirurgo che ha bisogno di concentrazione, non di un sindaco a cui serve partecipazione, e quando lo voleva segretario nazionale del partito, ruolo politico per definizione, allo stesso modo in cui domani potrebbe ritrovarsi a parlare di “ottima scelta” commentando l’eventuale candidatura a quello stesso ruolo di primo cittadino di un qualche prefetto “prestato alla politica”.

La politica è un mestiere? Ovvio che sì. Ma per molti è diventato un lavoro, anzi, il proprio lavoro. Ecco perché possono dire la loro fino a un certo punto, e poi cambiare opinione come se nulla fosse, e mettersi a sostenere il contrario di quanto dicevano appena qualche mese prima. Politici di professione che per diventare più renziani di Renzi han preso la rincorsa da Rifondazione comunista, e oggi votano e rivendicano la correttezza e l’efficacia delle scelte che rimproveravano alla “peggiore destra d’Europa”.

Come potrebbe mai succedere che uno sostenga il contrario di quello che sosteneva in breve tempo e con la stessa imperturbabile convinzione? Come può accadere di poter dire che “far dimettere Marino sarebbe porsi sulla linea di Buzzi e Carminati” e poi fare di tutto per far dimettere Marino? Come avviene una simile contraddizione? Perché si fa della politica mestiere, facendo anche le cose che non piacciono, pure quelle che contrastano con le proprie idee, se mai ne si abbia, e perché la si fa per campare.

“La politica è un mestiere, il più vecchio del mondo”, ha cinicamente chiosato nella goliardia della serata il caro amico. Sentire lui, oscillante fra Garboli e Lussu, uno a cui se chiedi di Chiaromonte non ti parla di Gerardo, dire una cosa del genere, sebbene solo per battuta, spiega meglio di mille saggi il punto in cui quei “mestieranti” hanno condotto il discorso pubblico e politico.

Se volete trovare le ragioni dell’affermazione del populismo, la crescita della demagogia e il radicamento sempre più forte e profondo del qualunquismo, unito alla sottile tentazione di aprire le porte ai barbari pur di spazzare via le incrostazioni che si sono create, provate a cercare da quelle parti in cui della politica si è così fatto mestiere.

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