Ok, è religione

Leggevo i dati dell’Istat sulla fiducia di imprese e consumatori: risale. Son contento. C’è chi pensa che anche quell’incremento possa contribuire al rilancio dell’economia, pensate, portandoci definitivamente fuori dalla recessione. Non male, ovvio. Quello che poco capisco, però, a meno di non vederla come quel tale che voleva la crisi “una questione psicologica”, è l’intrinseca correlazione fra temi di natura emozionale e i ragionamenti pseudoscientifici nei discorsi di quanti si dicono tecnici.

È sotto gli occhi di tutti quanto pesino le impressioni sull’economia reale. Non era ancora nota l’opinione (non credo che sia più di questo) dell’Oms sul consumo di carni rosse che già le vendite registravano crolli con percentuali a due cifre; come chiamarla se non “emozione”? E quel che vale per bistecche e salsicce, vale per quasi tutto. La fiducia, in sintesi, sembra essere il motore vero dell’economia. Dopotutto, a cosa mirano le politiche e le scelte dei decisori? A ridare, immettere e sostenere la fiducia: degli investitori, dei produttori, dei consumatori. Come ogni religione, pure il capitalismo si fonda sulla fede.

Similmente a tutti gli altri culti, l’economia di mercato ha i suoi riti, i propri percorsi esoterici, un particolare linguaggio arcano. I fedeli, ovviamente, si fidano dei sacerdoti e delle loro parole, anche quando non le capiscono, quando sono francamente così distanti dalla realtà quotidiana che la saggezza del vivere consiglierebbe un pacato ma fermo disincanto.

In sintesi, il capitalismo di mercato è un insieme di dogmi, di credenze e di cerimonie. Come dice Renzi, confermando l’importanza della fede? “L’Italia ci crede”, e basta questo, no? E io? Beh, di essere laico non l’ho mai nascosto.

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