La rinuncia come tentazione

Ho letto con interesse e attenzione l’editoriale/appello di Antonio Padellaro. Devo dire, e non mi capita spesso, che ne condivido pure le virgole: i referendum “possibili” come occasione persa, i rischi per la tenuta del sistema democratico, la necessità di partire subito con i comitati per la prossima consultazione popolare sulle riforme costituzionali che il Parlamento sta approvando. Tutto giusto, tutto vero, tutto opportuno. Eppure.

Eppure, questa volta non so se ne avrò voglia. Ero in piazza a raccogliere le firme fino alla settimana scorsa e con quanti simbolicamente manifestavano, appena dieci giorni fa, davanti alla Prefettura della mia città in difesa della democrazia. Ed erano in pochi quelli che hanno firmato, ancor meno quelli sotto il palazzo del Governo. E sono anche stanco. E temo pure che accanto mi possa ritrovare gente della stessa natura di quelli che avevo quando, ai tempi dei governi berlusconiani, mi spendevo contro le modifiche in senso autoritario della Costituzione, contro i tentativi di abolizione dell’articolo 18 e dello Statuto dei lavoratori, contro la concezione privatistica e dirigista dell’istruzione, e che ora tutte quelle medesime cose stanno realizzando.

La tentazione di rinunciare e passare la mano è forte, di rispondere come Bartleby a chi chiama alla mobilitazione contro i rischi che si corrono e dire con lui: “preferirei di no”. Tanto, che cambia? No, dico davvero, cosa cambierebbe? Sì, il commentatore del Fatto ha ragione: una vittoria popolare su quelle riforme consegnerebbe a Renzi la palla del servizio per chiudere game, set and match. Ma se è quello che vogliono, la maggioranza nel Paese e quella parlamentare, democraticamente, che ci possiamo fare?

Rinunciare, dicevo, è una tentazione grande. Come quella di vedere queste riforme realizzate, e magari la successiva vittoria di coloro che quanti le stanno approvando temono e avversano, e perché no, guardarli cambiare ancora quella Carta, con tanto di canguri, ghigliottine e voti di fiducia, novelli Shylock intenti a superare gli attuali maestri. Non è una volontà gobettiana di sacrificio pedagogico, giammai; più che altro, è curiosità di “vedere l’effetto che fa”. Se tali provvedimenti sono giusti e opportuni, dovrebbero esserlo con qualsiasi risultato e qualunque vincitore alle elezioni. In caso contrario, sarebbero un problema sempre e comunque.

Jon Elster riteneva che una costituzione fosse “quella cosa che ci si dà quando si è sobri per poterla utilizzare nel momento in cui si è ubriachi”, secondo la strategia per cui è il sé lucido che vincola il possibile sé alterato (simile, in ciò, a Ulisse che detta la rotta per la navigazione, tappa le orecchie ai suoi marinai e si fa legare all’albero della nave prima che il canto delle sirene – in questo caso potremmo dire “il fascino del potere” – lo inebri e lo rapisca).

Giudichino i novelli costituenti se la loro riscrittura è idonea non tanto e non solamente a spiegare le ambizioni dell’oggi, ma a contenere le potenziali corruzioni di domani. E giudicheranno gli elettori qual è lo stato del sé che si è fatto guida in questa stagione e artefice di siffatte norme.

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