La prossima volta, toccherà affittarli

Il Governo, in fretta e furia come sempre, ha varato un decreto per equiparare musei e monumenti di interesse turistico ai servizi pubblici essenziali. Come, qualche ora di assemblea sindacale, scuote così tanto i nervi dei ministri da fargli dire che il trasporto pubblico, la sicurezza delle città, l’emergenza ospedaliera e il sollazzo dei gitanti pari sono? Evidentemente sì, ma non è questo il punto.

Il punto è che si sta dicendo, con quel decreto, che chi lavora in un museo ha meno diritti sindacali degli altri lavoratori. E allora, mi chiedo, perché non ridurli pure a chi lavora a scuola, che a occhio è più “essenziale” di una pinacoteca. O perché a me turista non può essere impedito da uno sciopero o da un’assemblea di visitare il Colosseo o gli scavi di Pompei, in quel giorno e in quell’ora precisa in cui ho deciso, mentre a me cittadino, per quegli stessi motivi e in quegli stessi tempi, può esserlo avere il duplicato della carta di identità o fare la visura catastale del garage della nonna, spedire una raccomandata o rinnovare il bollo dell’auto scaduto?

La china è pericolosa, e potenzialmente infinita, arrivando a coinvolgere tutti i settori, nella dittatura del potere di chi consuma che non può essere limitato mai e in nessun momento (e non è tanto iperbolica come immagine). Già li sento i geni nelle lampade a led che hanno sostituito i tubi catodici pontificare sul fatto che “ai lavoratori sarà sempre possibile fare riunioni al di fuori dell’orario di lavoro”. Fantastico! Come abbiamo potuto non pensarci prima: scioperare quando la fabbrica è chiusa. Eureka!

No, sul serio, ma si rendono conto? E noi ce ne rendiamo conto? E se sì, che facciamo? Perché fingere che il problema non ci sia o continuare a pensare che domani, nel radioso avvenire, tutto questo sarà magicamente risolto (un po’ come quelli che ci spiegano che contro i licenziamenti illegittimi e il demansionamento è giusto protestare, ma farci un referendum è un po’ troppo “affrettato”), significa continuare a vedere quelle cose accadere e subirne poi gli effetti.

Girovagando un po’ sui social e fra i siti dei grandi giornali, è tutto un fiorire del “dagli al custode”. “Già hanno un lavoro, vorrebbero pure i diritti”, è il tono sostanziale dei commenti. Perché qui di quello si sta parlando, del pagamento degli straordinari fatti, del rinnovo del contratto e dei diritti sindacali. Tutto il resto, dai toni assurdi del presidente del Consiglio, del ministro competente e del sindaco, fino all’ultimo dei commenti su Facebook, è isteria collettiva. L’assemblea è durata due ore e mezza, ed era stata preventivamente convocata e comunicata, dov’è il problema? Qual è lo scandalo? Cos’è che ha “colmato la misura” di governanti e governati? Il fatto che qualche turista non abbia potuto visitare l’anfiteatro Flavio proprio nel momento in cui aveva deciso di farlo? Bene, voglio stare al ragionamento.

I luoghi di cultura sono servizi essenziali, e chiuderli, anche solo per un paio d’ore, per uno sciopero o un’assemblea, alla possibilità che i turisti vi accedano è una limitazione del loro diritto a visitarli. Ok, d’accordo. E chiuderli per una sfilata di moda? Per allestirci il ricevimento di qualche vip? Per farci sopra la cena di gala di una nota marca di autovetture? Se i sindacati l’avessero affittato il Colosseo per quelle ore, avreste mostrato la stessa attenzione ai diritti inalienabili dei visitatori? Temo di no. Perché il problema è che siamo tutti proni a sua maestà il potere, o il denaro, che è uguale. E quello che molti condannano quale inammissibile privilegio se vestito da diritto sindacale o politico, gli stessi difendono come lecita facoltà se ammantata da possibilità economica o di ceto. Riducendo quella che ci ostiniamo a chiamare democrazia a una società retta sui vantaggi di classe e dalle prerogative di censo.

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