20, 30, 70: chi offre di più?

Da quarant’anni aspetto di vincere al Superenalotto. Certo, io di anni ne ho 38 e gioco di rado, e poi il Superenalotto quarant’anni fa nemmeno c’era, ma volete mettere? Quaranta dà più il senso dell’attesa, è più tondo, diciamo, fa più impressione, e nella comunicazione alle volte funziona.

Si dev’essere detto questo, fra sé e sé, il presidente del Consiglio quando ha esordito con quel “sono 70 anni che si attende la riforma della Costituzione”, dato che, a quell’epoca, questa nemmeno c’era. Ma sì, dev’essere così: prima erano le riforme che si attendevano da venti, massimo trent’anni, ora da sempre. E poi, diciamolo con lui, “le tecnicalità a proposito di una riforma storica importantissima, sono molto importanti per tutti noi, ma non così rilevanti da dedicare due mesi di discussione”. Ovvio, a voler essere precisi, se la riforma è “storica”, quelle che lui derubrica a “tecnicalità”, che poi sarebbero i modi in cui questa si esplicherebbe, non dovrebbero essere tanto irrilevanti da non poter essere discusse per più di un paio di mesi. Ma si sa, l’uomo è veloce, e d’altronde queste sono osservazioni da professoroni gufi e rosiconi. A meno che…

No, riflettevo fra me e me, e pensavo: a meno che quello di Renzi non fosse un lapsus, e intendesse dire davvero che la riforma della Carta che disegna un sistema decisamente più governista e potenzialmente autoritario è una cosa attesa da 70 anni, cioè dai tempi in cui si ragionava sul come costruire il nuovo Stato alla fine della guerra e del regime. Ora, settant’anni fa giusti c’era il governo Parri (anche quelle “larghe intese”, si potrebbe dire) e di dettato costituzionale ancora non se ne discuteva ufficialmente. La Costituente fu eletta l’anno dopo, 69 fa, e lavorò al testo fino alla fine del ’47. Ma c’erano nel Paese di allora, eanche in quell’Assemblea, tensioni e spinte nel senso in cui piega le istituzioni la riforma attuale. Però, insomma, erano di tradizioni e culture d’altra natura rispetto a quelle che il segretario del Pd e il partito che guida dicono di voler rappresentare.

Quel “settant’anni”, a dire il vero, mi ricorda un po’ le sue parole sull’abolizione dell’articolo 18 (e il conseguente ridimensionamento dello Statuto dei lavoratori), quando la definì “una cosa che si attendeva da quarant’anni”. E in effetti, c’erano ambienti che quella norma la volevano morta e sepolta fin dal momento della sua approvazione. Gli stessi che adesso, non casualmente, festeggiano e applaudono.

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