La conferma delle scelte

Nella riforma del Governo, la scuola si sbilancia verso chi ha e può: quelli che hanno di più conquistano il potere, attraverso il meccanismo dello school bonus, di orientare le politiche pubbliche in tema di istruzione, spingendo, per ogni loro euro messo in un progetto, altri due dello Stato, anche se magari questi servivano a un altro intervento e in un diverso contesto; i presidi che potranno decidere la loro squadra avranno la possibilità di definire il perimetro in cui rinchiudere la sempre minore libertà di insegnamento lasciata a chi ne avrebbe titolo e diritto costituzionale. Nel mezzo, si faranno, con l’espediente della differenziazione fra assunzione giuridica ed economica per dilazionarle nel tempo, quelle assunzioni dei precari che sarebbero già un atto dovuto, si elargirà un elemosina in formazione pari a 500 euro l’anno, meno di quello che costano quei master “solo per i punti”, versione moderna dei corsi per corrispondenza, e si spiegherà che il merito è quella roba per cui il docente rinuncia alla facoltà di definire il metodo con cui insegnare e alla titolarità di cattedra,  e in cambio qualcuno che non ne ha competenza gli spiega come ha fatto il suo lavoro.

Ma tutto questo lo sappiamo e l’abbiamo detto tante volte. Quanto accaduto ieri al Senato, invece, è un qualcosa che chiarisce altro, e molto bene: chi ha votato la fiducia su un testo che, di fatto, realizza le cose che fino a poco tempo fa, quando a governare erano altri, contestava, ha spiegato a quelli che da tali norme saranno colpiti che, per lei o per lui, sono meno importanti di un astratto concetto di democrazia decidente o di una malintesa concezione della lealtà.

E no, non parlo dei tanti che di un simile provvedimento sono entusiasti, come lo sarebbero di qualsiasi altra cosa, anche di segno radicalmente opposto, arrivasse dal proprio beniamino. No, dico di quanti contestano quelle norme, le ritengono sbagliate perché contrarie alla loro visione delle cose e ai princìpi che dicevano di voler difendere, eppure le hanno votate con la giustificazione del “se no, cade il governo”.

In questo, però, non posso far altro che ringraziarli per aver confermato le mie scelte. Vedete, io sono andato via dal Pd perché non condividevo le cose che stava facendo, perché erano il contrario di quelle che dicevamo che si sarebbero fatte. Ma anche perché, a un certo punto, ho rinunciato anche a credere nell’ipotesi che potesse ancora esserci la possibilità di fare una battaglia interna per cambiare la rotta intrapresa. Perché da comportamenti come quello di ieri, e delle altre tante volte in cui si sono visti, ho compreso che quelli con i quali una simile lotta doveva essere fatta ritenevano e ritengono il sostegno a un governo (pro tempore, come lo era il precedente, e affossabile in qualunque momento per le mire e le ambizioni di qualche leader in ascesa, come è stato per il precedente) è più importante di tutto ciò che promettevano e di tutti coloro che dicevano di voler rappresentare.

E così, ne ho preso atto.

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