La mutazione sociale

C’è una domanda che spesso dimenticano di considerare quanti quotidianamente discutono di questioni politiche: come stanno quelli che votano o meno per un dato partito, o che votano o meno in generale? Non è un problema secondario, perché quella circostanza ci dice che tipo di aspettative abbiamo gli elettori da un partito, e anche perché scelgano proprio quello e non un altro o decidano di astenersi.

Un sondaggio pubblicato ieri dall’Istituto Ixè e realizzato per Agorà, la trasmissione di Rai 3, ci dice che tra coloro che hanno condizioni economiche inadeguate, solo il 32,4% si dichiara intenzionato ad andare a votare, percentuale che sale al 59,5 per chi ha una situazione finanziaria accettabile e al 69,4 fra i più abbienti. Insomma: il sistema è visto come appannaggio dei ricchi, i poveri si sentono esclusi e quindi non intendono contribuirvi in alcun modo. Il fatto, poi, che sia il Partito democratico quello più presente fra le intenzioni di voto delle classi agiate, col 42,8% delle preferenze, e quello più distante da chi fatica a stare al mondo, con un apprezzamento appena dell’8,5, è una logica conseguenza: se sei il soggetto che più di ogni altro difende il modello esistente, è logico che chi da questo è estromesso, da te sia il più distante.

È una sensazione che, personalmente, ho da tempo, soprattutto da quando, sempre più spesso, mi capitava di scoprirmi nei più poveri fra quelli che attivamente si spendevano per il Pd. Chiariamoci, la mia situazione è tutt’altro che di difficoltà: seppur precari, i miei milleduecento euro al mese non sono pochi, e per storia e geografia personale so che in ogni momento bisogna guardare quale posto della fila si occupa, e se si scopre di aver meno gente davanti che dietro, allora il lamento è fuori luogo.

Detto questo, però, il dato rimane, e la rilevazione dell’Ixè lo esplicita meglio. Che chi è in difficoltà guardi più al centro destra che al centro sinistra, poi, in questa situazione è anche normale. C’è la Lega, che da sempre ha avuto una base elettorale popolare, e c’è Forza Italia. Qui il discorso è un po’ strano: insomma, l’uomo più ricco del Paese, o quasi, guida un partito a cui i poveri guardano più che a quello che si richiama ancora ai valori del socialismo? Beh, sì.

Per due motivi, almeno. Il primo, perché esso è percepito come antagonista a quello che governa, e quindi naturalmente visto come alternativa alle politiche per cui si soffre (ricordiamoci che le fasce deboli vedono, e non a torto, nelle regole d’austerità e nelle rigidità europee uno dei loro problemi, e il Pd è percepito e si pone come il partito che questa Europa difende maggiormente). Il secondo (ma qui la valutazione è tutt’altro che scientifica), penso sia legato a questioni, diciamo così, emozionali. Insomma, nell’essere divenuti i tutori dello status quo, i potenziali elettori di sinistra leggono il tradimento compiuto dalle classi dirigenti del maggior protagonista politico di questa parte; se a ciò ci aggiungiamo la percezione di una distanza anche di ceto fra chi guida e rappresenta il partito e quelli che dovrebbero votarlo, il sentimento di separazione è totale. “Ma anche Berlusconi è ricco”. Certo, ma lo era da prima: vedetela come volete, ma se nella società non funziona più l’ascensore sociale, a chi sta sotto non va mica poi tanto di dare una mano a far funzionare l’ascensore dirigenziale.

Un po’ come i due ascensori a Botteghe Oscure di cui raccontava Miriam Mafai, solo che qui, quello per i capi funziona tuttora e benissimo, l’altro da tempo è fuori servizi, nel disinteresse (apparente o reale, non fa alcuna differenza concretamente) di chi continua a usare il primo.

Circostanza non dissimile da quanto accadeva al tempo in cui il palazzo con gli ascensori separati era in attività: da un lato, c’erano i dirigenti che predicavano la rivoluzione ma praticavano gli accordi con i conservatori ed esibivano (condendoli con atteggiamenti fintamente modesti che aggiungevano spocchia all’offesa) gusti e stili di vita alto borghesi; dall’altro, il popolo a cui volevano riferirsi e dicevano di rappresentare. E che però, e proprio per quello, votava Dc.

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