Gli inglesi, i pub, le elezioni

Da ieri, è un profluvio costante di improbabili parallelismi fra i risultati delle elezioni in Gran Bretagna e un nostro eventuale scenario futuro. Lo ha fatto anche Renzi, collegando il 36-37% di Cameron al meccanismo dell’Italicum. È ovvio che si parla di cose diverse: quello, è un sistema uninominale, in cui la percentuale calcolata su base nazionale ha poco significato e i candidati si votano uno per uno in contesti locali (e in cui nessuno ha un posto sicuro, nemmeno i leader di partito, come insegna il caso di Farage, capo di un partito che ha avuto il consenso di quasi il 13 per cento dei cittadini britannici); questo, è un maggioritario con doppio turno nazionale, in cui l’elezione di un deputato avviene in forte relazione col risultato nazionale, anche se il dato nel collegio dove lui è in corsa dovesse essere negativo (e in più non va dimenticata la possibilità di candidature multiple, che scollegano, evidentemente, la rappresentanza dal corpo elettorale).

Ciò detto, se oggi entraste in un pub inglese, probabilmente rischiereste di imbattervi in due avventori su tre delusi dal risultato elettorale. E non perché il locale non è quello giusto, ma proprio perché questo è il dato reale del consenso dei cittadini: un suddito di sua maestà su tre ha votato per un candidato del partito che ha vinto e che governerà; gli altri, contro, o comunque non per esso. Per dirla in renziano stretto, dalla sera dello spoglio elettorale nel Regno Unito, due elettori su tre sanno che a governare sarà lo schieramento opposto a quello per il quale avevano votato.

Un po’ mi ricorda una chiacchierata fatta a passeggio con un amico la scorsa estate, nel paese in cui sono nato. Lui lamentava il fatto che, nda l’ chion, il corso e le piazze, o in fila alle poste o in attesa dal medico, l’ottanta per cento, se non oltre, di coloro con cui gli capitava di parlare, era contro l’amministrazione comunale. “E il bello – aggiungeva – è che se tu glielo chiedi, ti rispondono di non averlo votato. Tutti loro, ognuno di coloro che ne parla male; come se a votarlo fossero stati i due, o forse meno, che ne condividono le scelte”. “Già – ricordo d’aver risposto – il problema è che è proprio così, nelle percentuali e con i rapporti che hai detto”.

È così perché, quando nel 2012 a Stigliano, comune al di sotto dei 15mila abitanti, e quindi con un sistema elettorale fortemente maggioritario, si è votato per il rinnovo dell’amministrazione cittadina, a competere fra di loro c’erano 4 liste. Quella che vinse ebbe il 26,94%, e le altre rispettivamente il 26,28, il 21,55 e il 21,22. Se a ciò si aggiunge la considerazione che a votare furono il 66,09% degli aventi diritto (risultato di tutto rispetto, se si pensa alle attuali tendenze), il risultato della lista vincente, realmente, corrisponde a un consenso pari al 16-17 per cento degli elettori. Che sono l’uno o i due cittadini su dieci che si incontrano quando si va a far spesa, all’ufficio postale, dal medico.

Si dirà: ma quello è il caso di un piccolo paese, non si può prendere a modello. Certo, è un comune piccolo, ma va ricordato che in Italia, quelli sono la maggioranza dei centri abitati, in cui probabilmente vive anche la maggioranza degli italiani, e che non è l’unico in cui accadono fenomeno simili. E poi, questo conferma la contrarietà ai meccanismi di forzatura, attraverso premi o sistemi uninominali senza alcuna quota di perequazione proporzionale dell’espressione del voto popolare (immaginate, per fare un esempio, se l’uninominale secco dovesse essere applicato a risultati come quelli delle scorse Europee in Italia, con un Pd vincente in tutte le realtà provinciali tranne due; avrebbe rischiato di prendere il 98% dei collegi, altro che 40,8), ancor più in contesti di maggiore rilevanza, come le Politiche inglesi o le prossime italiane.

C’è poi da considerare pure il dato della rappresentanza politica nelle istituzioni. Nel caso stiglianese, la lista che ha vinto ha eletto sette consiglieri più il primo cittadino, le altre tre solamente il candidati sindaci. Però, ha avuto appena lo 0,66% in più della seconda, il 5,39 in più della terza, il 5,72 in più della quarta.

Immaginate cosa succederebbe, con la nuova legge elettorale, se la prima lista prendesse il 40,8%, la seconda il 38,9, la terza il 9,8, la quarta il 5,2, la quinta il 3,1, e il resto andasse disperso fra altre piccole formazioni lontane dal quorum per l’accesso al Parlamento? A quella prima, con meno di un punto percentuale il più della seconda, andrebbero i 340 seggi alla Camera previsti, l’altra dovrebbe dividersi i rimanenti 290 con tutti quelli che avessero superato la soglia, potendosi trovare, con in pratica gli stessi voti di chi vince, a dover contare su circa la metà dei parlamentari. In parte, è quello che è successo col Porcellum, dove a un sostanziale pari fra tre forze o coalizioni politiche è corrisposto una disparità di numeri parlamentari, che poi hanno condizionato l’evolversi successivo delle vicende politiche e istituzionali. E non è un dettaglio, soprattutto se si pensa che è attraverso quella rappresentanza che si organizza la presenza dei partiti nel Paese, la loro capacità di agire e anche le loro possibilità di preparare, organizzare e determinare l’alternativa.

Infine, in una situazione in cui a votare rischiano di essere, se va bene, il 50% degli aventi diritto, quanti saranno quel 41 che avrà votato per il primo partito, o l’eventuale 51 del ballottaggio, con la probabilità che l’affluenza cali ancora nella seconda tornata? Meno dell’inglese su tre al pub, e non lontani da quell’uno o due stiglianesi su dieci nda l’ chion.

E il resto? Ecco, il resto è un problema della politica, e il suo compito, se vuole interessarsi anche dei rappresentati, allorché potenziali, e non solo dei rappresentanti, spesso presunti. Non farsene carico non credo che sia la soluzione migliore. Ignorarlo, perché lo storytelling impone di parlare di chi vince, penso che possa essere peggio, quando non pericoloso.

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