Della difesa della libertà

A che servono quei tanti, troppi, #jesuisCharlie, se poi quando è il nostro vicino a pensarla contrariamente a quello che riteniamo giusto e corretto, vorremmo chiudergli la bocca e cacciarlo via a pedate?

L’aggressione a Walter Rizzetto e ai fuoriusciti del M5S è il segno di una deriva preoccupante, come gli insulti via social network ai dissidenti di altri partiti, d’altronde. Ancora più triste è la considerazione che, in entrambi i casi, contro quelle degenerazioni di strada, reale o virtuale che sia, dalle rispettive maggioranze, ex o tuttora, non giungano condanne (o addirittura arrivino giustificazioni e condivisioni per quelle manifestazioni, come ha fatto il deputato pentastellato Giuseppe Brescia) e prese di posizione, senza se e senza ma. Peggio, poi, quando esse calcano i percorsi della reciprocità ipocrita, per cui si è solidali con i dissenzienti altrui, furibondi con le minoranze al proprio interno.

È un sentiero pericoloso, e purtroppo con un sempre crescente numero di frequentatori, quello in cui l’appartenenza a un movimento o a un soggetto politico è vissuta come fede acritica e, di conseguenza, l’allontanamento è visto quale tradimento insopportabile. Ed è bene che cominciamo a fermarci e capire come avere relazioni più normali con chi ha idee opposte o differenti dalle nostre, invece di invocare la piazza quale lavacro delle incoerenze e rifusione per gli abbandoni, unica e sola riparatrice dei torti.

Perché quel tribunale non è garante di giustizia ed è sempre capace, e pronto, anche ad assolvere Barabba. E perché, se non coltiviamo il rispetto delle opinioni diverse, prima o poi, in un luogo o nell’altro o a seconda dei punti di vista e delle situazioni, potremmo essere noi, tutti, i dissidenti e i fuoriusciti.

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