Il fine mezzo e le sue conseguenze

Agostino Depretis era un esponente della sinistra. Nell’autunno 1882, come racconta Fulvio Cammarano in Storia dell’Italia liberale, durante un discorso a Stradella, piccola cittadina dell’Oltrepò Pavese, disse che non è possibile né corretto o giusto respingere qualcuno di un diverso schieramento politico se “vuole entrare nelle nostre file” e se vuole “trasformarsi e diventare progressista”. L’allora capo della destra Marco Minghetti approvò quella tesi, e da lì a poco sarebbero nati quelli che furono poi conosciuti come “i governi del trasformismo”, chiamati così, forse, perché a quel tempo un po’ di pudore ancora esisteva, e non era visto di buon occhio l’essere eletti per fare una cosa e farne poi un’altra.

Sempre Cammarano ci spiega anche che l’assenso a quelle “larga intesa” ante litteram fu dato da Minghetti non solo e non tanto perché convinto dalla bontà del progetto di governo di Depretis, ma per obiettivi più pratici, come quello di contenere le istanze delle aree più radicali presenti nel Parlamento e soprattutto per tentare di ritardare l’avvento della sovranità popolare attraverso lo strumento del suffragio allargato. Insomma, fu quello un mezzo, ma pure un fine, azzarderei a definirlo un fine mezzo, per consentire a una ceto politico di allontanare lo spettro del doversi confrontare con il giudizio di un elettorato accresciuto e più variegato.

Oggi tutto è cambiato, tutto è diverso. Quegli strani rassemblement, se ci sono, sono frutto della necessità e dell’emergenza, non certo motivati dall’interesse di una ristretta élite al potere a perpetuare la propria posizione e le personali situazioni. Non è certo la paura per il responso delle urne a tenere insieme e unite la destra e la sinistra, ma la preoccupazione per le sorti del Paese e il destino dei cittadini.

Cioè, anche oggi le elezioni sono respinte come ipotesi, ma solo perché potrebbero determinare l’insorgere di elementi d’instabilità nel sistema. E pure adesso ci sono tentativi di limitare l’espressione del suffragio diretto attraverso la previsione meccanismi elettorali di “secondo livello” anche per istituzioni che dovrebbero essere di rappresentanza, appunto, diretta, ma solo perché, quando sono gli elettori a scegliere, spesso scelgono male, determinando situazioni di ingovernabilità. Ed è solo per questo, non per mantenere nelle mani dei maggiorenti dei partiti le leve giuste per l’indicazione degli eletti, che i meccanismi di voto vengono previsti con liste bloccate, premi di maggioranza e soglie di sbarramento.

Già, oggi è davvero tutto cambiato. Infatti, è tanto mutato lo scenario che, dinnanzi a questi fenomeni che potrebbero apparire quali espropriazione della sovranità popolare, come il giubilo dei politici per la non concessione della possibilità di un referendum, quello stesso popolo non si ribella, ma semplicemente si sottrae dal prendere parte, si astiene, così fiducioso nei suoi governanti e rappresentanti da dar loro piena facoltà di scegliersi da sé stessi, in sua assenza.

In fondo, quell’astensione altro non è che una sublime, sofisticata e raffinata conseguenza di quel fine mezzo che è la condivisione di un solo schema e orizzonte politico da parte delle maggiori forze presenti sulla scena politica, che si chiami “trasformismo”, secondo il pudore tardo ottocentesco, o “larga intesa”, come usa la baldanza del tempo presente.

Alla fine, ai cittadini non rimane che scegliere un’unica soluzione, una medesima risposta alle pur tante e diverse domande che pongono, una sola alternativa per tutte le potenziali istanze. Ma a quel punto, che essi la scelgano o meno, che cambia?

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