Che fretta c’è?

Maledetta stagione. Delle riforme, dico. Come per la primavera della Goggi, davvero non capisco la fretta di alcune scelte. Vedi quella di approvare per forza l’Italicum come a Berlusconi piace prima dell’elezione del nuovo inquilino del Quirinale. Sono legate le due cose? E perché? Serve l’una per scegliere l’altro? Non mi pare; eppure Renzi ha fretta, e chi non si adegua è un gufo della palude.

Ora, però, se facessimo più attenzione alle cose, ci renderemmo conto che il pericolo è grosso. Qui, infatti, non si tratta di definire un dettaglio, ma la legge con la quale si eleggeranno governanti e rappresentanti, e attraverso la quale, in abbinamento con la riforma della Costituzione già in discussione, si disegnerà, nei fatti, una nuova forma di governo del Paese. Sicuri che sia necessario procedere con il timing prefissato?

Già è strano che un simile stravolgimento dell’assetto dello Stato sembri non interessare a nessuno di quelli che, quando erano altri a promuoverlo e farsene sostenitori (o meglio, anche lo stesso ma da posizione diversa, penso alla riforma dei Saggi di Lorenzago), si stracciavano le vesti e urlavano al golpe, se poi ci aggiungiamo che l’argomento è di quelli costituenti, in tutti i sensi, della vita politica e civile di una nazione, la situazione appare davvero paradossale.

In sintesi, si sta disegnando un meccanismo in cui un partito che prendesse alle elezioni politiche otto/dieci milioni di voti, più o meno quelli che servirebbero in una situazione di partecipazione come quella che stiamo vivendo per raggiungere il 40% che dà diritto al 55% dei seggi alla Camera, e che esprimesse (o potrebbe determinare) la maggioranza nella maggioranza dei consigli regionali in modo da averla anche al Senato, questo potrebbe eleggersi da solo, dopo appena otto scrutini a vuoto, un presidente della Repubblica di suo gradimento e organi di garanzia in linea con le proprie idee, tenendo presente che ciò avverrebbe in un Parlamento dove le opposizioni sarebbero tutte (quasi) di nominati, attraverso i capilista bloccati nei collegi, probabilmente gli unici eletti nei partiti non vincenti, e che la stessa maggioranza sarebbe composta di gente scelta dal leader  e da esso dipendente per l’eventuale rielezione.

È questo un motivo sufficiente per evitare l’ingorgo con le elezioni per il capo dello Stato? Basta quello scenario a consigliare maggiore riguardo nella trattazione della materia? Ma soprattutto, da quando è il Governo che impone schema, modi e tempi per la riforma elettorale, la modifica della Costituzione e l’individuazione del garante dell’unità di tutta l’impalcatura democratica?

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