I frutti di una scelta di campo

Raffaella Paita ha vinto le primarie del centro sinistra in Liguria. A meno di stravolgimenti in seguito alla richiesta di ulteriori verifiche fatta da Sergio Cofferati, il concorrente battuto, sarà lei la candidata alla guida della Regione per il Pd e i suoi alleati. Alleati, però, che vanno ben oltre il perimetro centro sinistra; e qui sta il problema e la fonte delle polemiche di questi giorni.

Contro l’eccessiva facilità di alleanze della candidata spezzina, molti hanno sollevato dubbi e perplessità, alle quali, con buona ragione, la stessa ha replicato dicendo, in sintesi, che non c’era nulla di inaudito, dato che lo stesso schema che lei replicava a livello locale era perseguito da tempo in quello nazionale. Contro l’allargamento a destra, nonostante non nuovo, sono intervenuti in tanti, addirittura arrivando a tirare in ballo i valori della Resistenza contro la presunta presenza di “ex picchiatori fascisti”. Bene, difronte al risultato della Paita, quelle eccezioni rientreranno tutte, come già in parte sta avvenendo, nel sostegno comunque alla coalizione da lei guidata, fosse pure solamente con la giustificazione (scusa?) del male minore, o rimarranno sul terreno quali impossibilità a votare uno schieramento tanto composito e politicamente snaturato?

Perché il problema è anche qui. Al di là e oltre le accuse di brogli, di “truppe cammellate” (come se non potessero esserci pure alle elezioni vere) e altre polemiche, lo schema della vincitrice delle primarie liguri e dei suoi sostenitori rimane tutto. O quell’alleanza con la destra è impraticabile, e quindi lo è di più adesso che si tratterà di scegliere non il candidato, ma il presidente della Regione, oppure no. E ancora, se quell’alleanza è insostenibile, lo sono anche tutti coloro che l’hanno pensata, messa in piedi e sostenuta, ovunque, e chiunque, siano?

Lo so, oggi va di moda dirsi moderati, anche se non si capisce bene perché si possono “moderatamente” imbarcare gli alleati della Lega (perché il Ncd è ancora alleato del Carroccio in molte regioni, giusto?) o gli “ex picchiatori fascisti”, ma non affermare che la sinistra sta da una parte e la destra da un’altra e che fare confusione aiuta solo quelli per cui, comunque vada, sarà un successo (un affare?), ma in alcuni casi un po’ di radicalità non guasta. Come non guasta mettere a fuoco alcune cose.

E allora, radicalmente, Burlando è il sostenitore principale della candidatura della Paita? Sì? Allora è anche il sostenitore di quell’alleanza, vero? Inoltre, uno sponsor della futura candidata presidente ligure è la ministra Pinotti, quindi pure di quello schema che vede l’alleanza con pezzi di destra e l’allontanamento di altre forze di sinistra? Chi critica l’una, critica pure gli altri?

E Renzi e il Pd nazionale cosa ne pensano della situazione ligure? Come la giudicano? La ritengono un caso locale, frutto di accordi su cui non si interviene per rispetto dell’autonomia dei territori, o la traduzione di uno schema delineato su scala generale?

Così come, con medesima radicalità, vale il ragionamento contrario. Bersani, Cuperlo, Fassina e un lungo elenco di nomi hanno criticato la scelta fatta in Liguria dalla parte del Pd che sostiene la vincitrice delle primarie. Perfetto. Ma allora perché sostengono, o hanno fatto parte, di un identico schema? Perché il partito di Alfano è un buon partner per il governo del Paese ma non lo è più per l’amministrazione dei paesi?

Qualche tempo fa, il presidente dei democratici Matteo Orfini, nel rispondere a chi criticava alcune scelte della segreteria nazionale del Pd in quanto non in linea con gli impegni delle elezioni e con i valori e le parole d’ordine del centro sinistra, affermò ricordando che si erano già “fatte le larghe intese all’inizio della legislatura, addirittura insieme a Berlusconi, e non era certo nel programma elettorale”. E aveva ragione: compiuto quel passo, vale tutto.

Ecco perché ora è troppo tardi, e francamente inutile, tentare di eccepire sulle scelte di allargamento a destra in qualche consesso locale. Si è scelta quella strada, anche prima con il governo Monti, e la si vuole portare avanti fino al 2018: un tempo troppo lungo, e su condizioni tanto diverse le une dalle altre, per poter essere chiamato “eccezione”.

Fu quella una scelta di campo, volutamente praticata e convintamente sostenuta. I pochi che allora la contestarono, vennero accusati quasi di diserzione; coloro che all’epoca imposero il paradigma, non cerchino oggi altrove i responsabili dei suoi epiloghi.

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