Ma ai parlamentari interessa la democrazia parlamentare?

La trasparenza dovrebbe essere la principale caratteristica di un governo democratico. Soprattutto se e quando questo gode della fiducia incrollabile e sempre crescente dell’elettorato. Ma anche qualora questa fiducia calasse, l’esigenza di chiarezza non muterebbe di qualità o quantità, perché in una democrazia le cose si dicono sempre per come stanno, e se non piacciono agli elettori, si perde alle elezioni e non è mai un dramma nazionale.

In alcuni Paesi, specialmente in quelli in cui il ricorso alle urne come strumento di soluzione delle controversie politiche è visto come “un azzardo” che determina “instabilità”, così non è. In questi, è meglio che i processi governativi e di formazione delle leggi rimangano ignoti.

Lì, a un senatore, rappresentante del parlamento e quindi del potere legislativo, che dovesse chiedere al governo, organo esecutivo, di raccontare “per filo e per segno come sono andate le cose”, potrebbe persino capitare di sentirsi rispondere dal titolare dei rapporti proprio fra governo e parlamento che “gli atti del Con­si­glio dei mini­stri non sono oggetto di infor­ma­tiva”.

Questo, infatti, ha spiegato la ministra Boschi al senatore Mucchetti, che auspicava un chiarimento formale del presidente del Consiglio Renzi rispetto a “quale sia stato il testo del decreto fiscale licen­ziato dal mini­stero dell’Economia, quale testo sia arri­vato in Con­si­glio dei mini­stri, se sia lo stesso o se abbia subito modificazioni di con­te­nuto e, qua­lora tali modificazioni di con­te­nuto siano state appor­tate, chi le abbia appor­tate e come. È pos­si­bile che non emerga niente di spe­ciale da que­ste infor­ma­zioni, ma è pos­si­bile anche, ed è que­sta la preoccupazione che mi muove, che emerga un fun­zionamento non per­fetto della for­ma­zione delle deci­sioni poli­ti­che”.

Il problema non è solo legato al caso del decreto sulla delega fiscale approvato alla vigilia di Natale e subito divenuto noto come “salva-Silvio”, per la possibilità di applicazione al caso di Berlusconi, ma ritengo che sia generale e riguardi le caratteristiche e i modi del rapporto fra organi dello Stato. Per dirla in maniera diversa, fra i princìpi che difendiamo quando rivendichiamo la tutela dei valori della civiltà occidentale contro oscurantismo e pericoli dittatoriali, ci sono anche, e in pieno, quelle virtù costituzionali e del moderno stato di diritto nate a partire dall’Illuminismo. Fra esse, la separazione dei poteri a cui Montesquieu ha dedicato vita e opere.

Le risposte di Renzi e della Boschi sono totalmente insufficienti. Non basta, come ha fatto l’inquilino di Palazzo Chigi, dire “quel decreto l’ho scritto io” per risolvere la questione. Perché lui non è legibus solutus, nemmeno nella formazione di quelle stesse leggi, proprio perché l’assolutismo non c’è più grazie a quei valori costituzionali. E non basta perché è politicamente sbagliato.

Quel “l’ho scritto io” è un’intimazione ai parlamentari di maggioranza, cioè coloro che contengono la ragione e il diritto del suo essere presidente del Consiglio, a non disturbare e non chiedere nulla al governante. Non funziona così, Renzi. Se ti va bene, è perché quei parlamentari tutto vogliono tranne tornare alle urne, perché le elezioni anticipate le intendono quale elemento di instabilità, come più volte le ha definite Napolitano, oppure per motivi più materiali che potrebbe spiegarti bene un senatore di minoranza, ma non minoritario, come Razzi. Ma non funziona così.

Così funziona il peronismo, così poteva immaginare di condurre l’azienda Italia il pattuente che ti sei scelto per le riforme, ma così non può funzionare una democrazia moderna. Non si può dire ai titolare della rappresentanza del popolo, che, ricordo, sono i parlamentari e non i ministri o il loro presidente, “zitti e votate”, perché altrimenti tanto varrebbe toglierli del tutto di mezzo, creando un sistema diretto in cui, plebiscitariamente, il popolo sceglie il suo capo, e lui solo comanda.

Non più una democrazia, insomma. Tantomeno parlamentare. Rimane solo una domanda: ma i parlamentari non hanno nulla da dire su tutto questo? E quelli di maggioranza più ancora che chi sta in minoranza? Ah già, dimenticavo Antonio Razzi.

 

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