Il fatto è che non si fidano più. E non hanno tutti i torti

Una legge di Stabilità, la vecchia Finanziaria, votata in fretta e furia, con provvedimenti inseriti ed esclusi all’ultimo minuto, in un andirivieni forsennato fra l’aula del Senato e gli uffici della Ragioneria di Stato che è apparso assurdo e immotivato.

Una delega in bianco sulla riforma del lavoro approvata senza fissare i necessari limiti e criteri, con un voto fiduciario quasi estorto attraverso la nota formula “altrimenti cade il Governo” e nel quale può esserci tutto, anche se per il momento non c’è nulla.

Una sistema elettorale a parole già fatto e una riscrittura di interi pezzi della Costituzione per raggiungere obiettivi che francamente non si comprendono fino in fondo, e forse nemmeno in superficie, per quanto se ne intuisce la ratio che volge ancor di più a un sistema in cui i rappresentanti saranno sempre più slegati dai rappresentanti, costruita ad arte come esigenza e mai spiegata nelle sue ragioni, ma solamente sostenuta da vuote giaculatorie sulla sua ineluttabilità.

E la fiducia dei cittadini che continua a scendere. Perché non la puoi imporre, come fa il Governo al Parlamento quasi fosse una questione di vita o di morte, la sua, ovviamente, e perché quotidianamente sconta il non avverarsi delle cose che si sentono dire da quelli che la chiedono. Il capolavoro è nel fatto che questa sfiducia diviene alibi per il mancato realizzarsi delle promesse dei venditori di parole, come maghi ciarlatani che accusassero di eccessivo scetticismo il pubblico pagante per il trucco o l’illusione non riuscita.

I numeri, tragicamente, sono quelli che sono. Ma prima di essi, ci sono le donne e gli uomini che con quelli si confrontano tutti i giorni. Il miliardo di ore di cassa integrazione, per i governanti sono un brutto dato da commentare nei telegiornali della sera, per i governati, il dover alleggerire ancora il carrello dei loro da tempo magri acquisti fra gli scaffali del supermercato.

L’indice di disoccupazione che sale, per il potente è una macchia da nascondere nel suo racconto pubblico, per il disoccupato la rinuncia a scaldare come si deve la propria casa, pensando di doverla lasciare per tentare di non doverla raffreddare ancora di più vivendo la condizione di non potersela più permettere.

Il tasso di povertà che sale, per i politici votati al totem della crescita e dell’ottimismo patinato è un tabù, ma sono tavole troppo vuote e giacigli troppo freddi per centinaia di migliaia di persone che ogni giorno non sanno come, e molti di coloro che distrattamente guardiamo nelle stazioni o sotto i porticati di chiese e palazzi nemmeno se, arriveranno alla sera.

C’è un contrasto fra le immagini dei primi e quelle degli ultimi che si fa ogni giorno più forte, un solco che si allarga, una frattura che diventa iato incolmabile. Molti non si fidano più del fatto che possa essere ricomposta la società, riscritto il patto, riaffermata la solidale comune sorte. E non hanno tutti i torti, se quello che accade è ciò che vediamo continuamente, nei sorrisi dei vincitori che festeggiano la loro affermazione per merito, nei volti dei vinti che maledicono la favola che li vuole inchiodati alla loro condizione per colpa di nessuno.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento