Non sono terroristi

In Italia, il terrorismo è una ferita ancora troppo viva per essere evocata senza destare reazioni nell’opinione pubblica. Al di là dei colori e delle connotazioni, quella parola rimanda a una stagione di dirigenti d’azienda e giornalisti gambizzati, operai e poliziotti uccisi, stazioni e banche fatte saltare per aria, treni imbottiti d’esplosivo e in finiti frantumi con tutti i loro passeggeri.

Per questa ragione, la richiesta di condanna per aver compiuto azioni con finalità terroristiche fatta dalla Procura di Torino contro alcuni attivisti del movimento No Tav rei di aver assaltato il cantiere di Chiomonte, ostacolato l’intervento della polizia e causato il danneggiamento di alcuni macchinari e l’incendio di un compressore, mirava a suscitare lo stesso sentimento di riprovazione generale, prim’ancora che comminare una pena maggiore per i quattro imputati. E per il medesimo motivo, il proscioglimento di questi da quella accusa sposta inesorabilmente i termini della questione, riportandoli là dove dovrebbero stare, sul terreno politico e non su quello dell’ordine pubblico.

L’impianto accusatorio rischiava di delegittimare il dissenso in quanto tale, facendolo divenire sovversione dell’ordine democratico con quel richiamo al terrore, appunto, usato come mezzo per determinare l’affermazione delle opinioni contrarie a quelle dominanti. Mentre, è bene ricordarlo, è nel sostegno a quell’opera che spesso si scontano e si incontrano fenomeni a-democratici, come la militarizzazione dei cantieri, l’impossibilità di perseguire la giusta dialettica tra favorevoli e contrari, perché tutto è in discussione tranne l’opera stessa, che è imposta a una comunità locale secondo la logica fintamente democratica per cui i più, al di fuori di quel territorio, hanno deciso e i meno, anche se maggioritari lì dove l’infrastruttura sarà realizzata, non possono far altro che adeguarsi.

Infatti, la ferrovia per i Tav in Val di Susa è l’emblema della forza del numero che mira a piegare le ragioni della democrazia. Come lo era il deposito unico di scorie nucleari a Scanzano Jonico, deciso lì perché i lucani sono pochi e se muoiono, muoiono di meno, come lo fu la diga del Vajont, perché pensata al di fuori delle comunità che la subirono, come lo sarebbe una centrale nucleare a Villa Borghese o in Parco Sempione, perché decretata dal resto di un mondo che è cento volte più numeroso della nostra Nazione.

Fare di Niccolò Blasi, Mattia Zanotti, Chiara Zenobi e Claudio Alberto dei terroristi, avrebbe significato colpire al cuore lo stesso concetto di dissenso. Non era la condanna per l’atto, che infatti c’è stata ed è stata pesante (3 anni e sei mesi, la stessa data ai quattro agenti colpevoli dell’omicidio di Federico Aldrovandi), ma il fatto che quella parola, terrorismo, divenisse verità processuale, utile a essere usata per tutti coloro che a quel dannato buco nella montagna si oppongono.

Non è così: il dissenso contro quella ferrovia non è terrorismo, pure se sbaglia misura e anche se viene condannato. Soprattutto, non sono terroristi, e nemmeno loro fiancheggiatori, tutti coloro che nutrono per quella grande opera un’avversione radicale e motivata, quanti in favore di quella disobbedienza parlano o scrivono, come Erri De Luca, per citare il caso più emblematico e fuori tempo, della condanna delle idee e delle parole.

Era importante che la delegittimazione di un’intera comunità resistente non riuscisse. E non è riuscita. Certo le posizioni rimarranno criticamente distanti e i rapporti in campo ancora chiaramente a favore dei sostenitori del tunnel nel cuore delle Alpi, ma è fondamentale che l’immagine di chi lotta per la propria terra non sia stata infangata da quell’accusa infamante.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento