Non per forza

Ieri mattina scrivevo della necessità di rappresentare i non rappresentati. In un messaggio, un amico a cui tengo molto, e per questo non faccio il nome, m’ha risposto: “E basta con queste teorie da intellettuale; se avete le palle rappresentateli voi, altrimenti smettetela di romperle agli altri e date una mano”.

Ora, al netto dell’uso dei termini (ma in un messaggio privato ci stanno), il senso della sua osservazione è comprensibile: se siete capaci, datevi e date loro un’organizzazione, se non lo siete, non lo siete e pace, e collaborate con chi è capace a governare.

Non fa una grinza. Tranne che su un punto: io non faccio quello che faccio per forza. Se posso dire la mia all’interno di un partito, la dico. Se non posso dirla lì, lo faccio fuori. Non mi interessa collaborare con chi governa se fa cose che non mi piacciono, e non m’interessa dare “una mano” a chi intende rappresentare un’idea politica e delle visioni che non condivido e che non rappresentano quello che io penso e credo.

In fin dei conti, ciò che chiede quel caro amico, in sostanza, è quello che vorrebbero i vincitori e chi sul loro carro si è accomodato: e cioè, che noi spingessimo quel convoglio lungo le vie e verso le mete che il timoniere ha deciso, facendocene una ragione del fatto che non sono quelle che vorremmo.

Bene, il fatto è, però, che io una ragione me la faccio e come. Solo che, se qualcuno si aspetta che io dia “una mano” a spingere quel barroccio mentre il carrettiere, dall’alto del sedile, minaccia di mettere sotto le ruote ogni cosa in cui credo, insultando e definendo completamente errati e causa di tutto il male del mondo ogni mio valore, pensiero, ideale, è un po’ fuori strada.

E il tema, per rispondere a quell’amico e non solo a lui, non è solamente (per quanto importante) quello di creare una forza politica capace di rappresentare gli esclusi dalla rappresentanza istituzionalmente costituita, ma anche quello di capire per cosa si facciano le cose che si fanno.

Se il concretismo è quello che rimane dopo la gioiosa e troppo preventivamente festeggiata fine delle ideologie, e si declina quale forma singolare di opportunismo, per cui si fanno le cose che si possono fare nel momento in è dato che si facciano, purché si sia sempre gli stessi a farle, allora sono felice di essere un romantico rottame ideologico.

Perché, mio amico, a me interessa la politica, non quel fare politica che sta diventando sempre più, e solamente, affare da eletti, se non da élite. La concezione per cui, una volta votato, chi vince decide e gli altri si attrezzino per il prossimo giro, e nel frattempo non disturbino il manovratore, non m’appartiene, semplicemente perché non m’interessa. Far parte di una massa delegante non è il mio orizzonte, e se la politica diventasse solo quello (cosa di cui già si scorgono i prodromi), banalmente, ne starei fuori.

A quel punto, probabilmente, non m’attirerebbe nemmeno la prospettiva di partecipare da elettore alle consultazioni, perché nel novero dei deleganti all’interno di una democrazia che si fa d’investitura, il singolo è totalmente inutile. Ancor di più se a quel singolo (scusa Søren) non interessa, o non può interessare, la prospettiva di far parte dei delegati.

Se questo è il futuro, è dunque un futuro che non mi comprende e in cui difficilmente vorrò essere compreso. Quindi, sincero amico, la prospettiva del tuo messaggio è chiara, ma non è la mia. In quell’ottica, al massimo, più che cercare di rappresentare quei non rappresentati, andrei a infoltire le loro schiere.

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