La fiducia sul Jobs Act? E perché no?

Almeno ristabilirebbe la parità fra i componenti dei due rami del Parlamento. Porre la questione di fiducia sulla legge delega per la riforma del mercato del lavoro anche alla Camera, dico, sarebbe equo nei confronti dei senatori.

L’avevo già scritto quasi un mese fa e ritengo ancora che fra deputati e componenti del Senato non può esserci apartheid. Cioè, non è giusto che agli uni venga imposta la fiducia e agli altri si consenta, addirittura, di entrare nel merito delle cose da votare. Sarebbe come dire che un eletto a Montecitorio è più parlamentare di uno che lo sia a Palazzo Madama. Cosa che, peraltro, potrebbe anche non essere proprio un vantaggio: i senatori potrebbero sempre dire d’esser stati “costretti dalla fiducia a votare il Jobs Act, pure non condividendolo”, mentre un tale alibi, se questa non fosse chiesta anche alla Camera, non potrebbe essere invocato da chi in quella siede.

Insomma, è pure una questione di giustizia, non credete? Certo, qualche maligno potrebbe chiedere: “ma se è così, se tutto passa per fiducia, a che serve il Parlamento?”. E non sarebbe una domanda peregrina, dopotutto, alla quale farebbe da contraltare quella sulla funzione dei partiti, visto che, con la fiducia, non verrebbero accolti nemmeno i suggerimenti che la Direzione del Pd aveva indicato quali correttivi fondamentali.

Queste due domande, però, non cdredo vadano poste a chi, come me, pensa che The winner takes it all sia solo una canzone degli Abba, non la cifra della democrazia, ma a chi ritiene che questa sia quel regime in cui, una volta votato, l’eletto diviene l’unico responsabile e artefice del governo, e agli altri, a tutti gli altri, rimane la possibilità di adeguarsi e farsene una ragione.

In sintesi, non si sceglie un rappresentante, ma si investe un governante e si delega a questo quasi sovrano, verso cui opporsi non è esercizio fisiologico, ma lesa maestà, tutto il potere fino alla prossima consultazione.

Mancando la pratica del confronto, il rischio è che manchi anche il campo e la palestra per la formazione di un’alternativa ai detentori del potere. Questo, però, è un problema a cui pare siano in pochi a dedicarsi. Eppure, proprio quella pratica della possibile alternativa dovrebbe essere il senso ultimo del sistema, e il metro di distinzione da quelli assoluti e totalitari.

Questa voce è stata pubblicata in filosofia - articoli, libertà di espressione, politica e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento