Un nome dovevano pur darglielo

Leggo spesso il blog di Civati. Molte volte mi capita di essere d’accordo in tutto con quello che scrive, altre non tanto, ma in ogni caso, lo seguo molto volentieri. Oggi, però, ha scritto un post che, sinceramente, proprio non riesco a seguire.

Cioè, capisco il ragionamento e anche lo svolgimento della riflessione, ma non il significato della domanda in esso contenuta fin già dal titolo. E dire che il senso della risposta, lo stesso autore dell’articolo lo coglie già all’inizio, quando fissa l’attenzione sul dibattito relativamente al cosa sia la modernità che da estetico, di giudizio, si fa estetizzante, di ostentazione dell’apparente, capace di ingannare lo sguardo anche e al di là di quello che, in quel dibattito, lo stesso definisce “profilo sostanziale”.

Continuando a fissare il fondo della caverna in cui quelle ombre con l’etichetta di modernità sono proiettate, il discorso è continuamente allontanato dal merito, dalla sostanza di ciò di cui si dovrebbe discorrere. Se si soffermasse su questo, allora la domanda di Civati avrebbe senso e anche soluzione. Ma, stando oggi così le cose, una simile domanda è inutile, se non dannosa, come lo sarebbe l’osservazione del bambino della fiaba di Andersen, I vestiti nuovi dell’imperatore, quando nessuno fosse disposto ad ascoltarlo, o a fare i conti seriamente con quella situazione.

Usando la metafora fiabesca, se la folla in strada con l’autore dell’innocente considerazione volesse porsi la domanda sostanziale sul senso della modernità, dovrebbe, per esempio, chiedersi come può essere più moderno un contratto che toglie diritti di uno che li estenda. Se così fosse, quello imposto dai caporali per conto dei padroni ai miei antenati cafoni sarebbe stato modernissimo.

Oppure, come possa essere davvero moderno un sistema politico in cui tutti stiano, o vogliano stare, nell’unico partito rimasto, che più che Nazione si fa Stato, centro e periferia di tutte le istituzioni e del potere a queste collegato, e non uno che preveda la piena e completa contendibilità del governo della cosa pubblica fra soggetti con visioni politiche differenti e tra loro alternative. Perché se il primo caso è il nuovo, allora il sistema in cui solo la Dc poteva governare, e solo in alleanza con essa si poteva puntare al governo, che ha dominato lo scena italiana per anni, è stata ed è il modello insuperabile di novità.

O ancora, come può essere un segno di ammodernamento passare da un’operazione che si spinge fin quasi alle coste da cui i migranti disperati partono, e con navi sufficientemente grandi e vicine per salvare quanti dovessero non farcela a attraversare il mare della loro disperazione, a un’altra in cui le navi si rimpiccioliscono e si allontanano e non a una in cui si preveda di istituire dei corridoi umanitari per soccorrere un’umanità che s’infrange fra i flutti del fallimento della contemporaneità del mondo civilizzato. Perché, se il non fare arrivare i “clandestini” è l’obiettivo, i respingimenti a largo erano il massimo dell’innovazione.

Perché, se il nuovo è il risultato della competizione indipendentemente dalle condizioni di partenza, allora è un nuovo già visto. Se il nuovo è un meccanismo in cui un dato partito politico sia ineluttabilmente votato al governo, e imprescindibilmente governanti i suoi aderenti, allora è un nuovo già visto. Se il nuovo è l’ipocrisia di una rinuncia spacciata per innovazione, salvo poi cercare responsabili al prossimo naufragio per bambini annegati anche per colpa di chi ha messo in acqua navi troppo piccole e troppo lontane per poterli salvare, allora è un nuovo già visto. E che non vorrei più vedere.

Già, Civati, “dove  sta la modernità?”. Non nella realtà che stiamo vedendo, che la chiamano così perché un nome dovevano pur darglielo, come spiegò l’anziano capostazione a John Wayne, in Chisum, che si chiedeva perché chiamassero “Corriera di mezzogiorno” quella diligenza che non arrivava mai prima del tramonto. E poi, vuoi mettere come suona meglio “modernità” di déjà vu?

Servirebbe tempo per valutare le risposte a quegli interrogativi, certo. Ma chi c’è l’ha? Soprattutto, a chi interessa rispondere, se fare politica sembra essersi ridotto solo al modo giusto per essere rieletti la prossima volta, con un occhio ai sondaggi e l’altro ai sistemi elettorali?

E anche perché, pure il bambino di Andersen, se continuasse a denunciare le nudità del re e venisse non solo ignorato, ma continuamente, ripetutamente e anche duramente tacitato, prima o poi, si stancherebbe. E rinuncerebbe. E come si potrebbe dargli torto.

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