E perché stupirsi?

La Repubblica pubblica oggi un dettagliato reportage di Goffredo De Marchis sui numeri del tesseramento al Pd. Il giornale parla di crollo, e di shock per dati che, così bassi, non se li immaginava nessuno. Però poi, nello stesso articolo, ricorda che, in effetti, quello è proprio uno degli epifenomeni del partito liquido a trazione leaderistica.

E non ha tutti i torti; dopotutto, perché stupirsi di quei dati? Sì, è vero, il partito guidato da Renzi gode di ottimi sondaggi, e nelle ultime consultazioni ha fatto il pieno con risultati storici, non c’è rilevazione che non gli accordi la vittoria o ambiente che non gli dia la fiducia. Il Pd è, nei fatti, l’unico soggetto politico sulla scena, molto vicino a quel partito della Nazione evocato da Alfredo Reichlin, è al governo del Paese e di molte amministrazioni, ed è in grado di asfaltare chiunque in qualsiasi competizione elettorale. Eppure, cala il numero dei tesserati.

Pensandoci un attimo, gli iscritti diminuiscono proprio per quelle caratteristiche che lo fanno vincitore ineluttabile. Cioè, l’iscritto di un partito di sinistra, almeno fino a ieri, non era un aderente a un club, ma un militante, uno che s’impegnava per raggiungere un obiettivo. Ma se quell’obiettivo è solo il governo per il governo, ed è già stato raggiunto e nessuno può più insidiarlo, a che serve dare una mano? Inoltre, se il partito sempre di più coincide con la gestione del potere, a livello centrale e locale, tanto che da essa non riesce quasi più a pensarsi differente, e non potendo il militante iscriversi a questa, perché dovrebbe iscriversi a quello? Se il partito è il governo, l’unico modo in cui se ne può far parte è quello dei governanti o dei governati; in nessuno dei due casi è prevista un’iscrizione.

Infine, se la discussione realmente in grado di modificare l’orientamento del partito è preclusa al suo interno, perché tanto alla fine decidono i numeri, e quelli parlano esclusivamente con le parole del capo, non penso che chi non sia in quel novero possa sentirsi tentato dall’essere tassello superfluo d’una maggioranza già ampia o elemento inutile di una minoranza sempre più piccola.

Senza contare che ci potrebbe essere chi, magari di sinistra, magari iscritto al sindacato, di prendere la tessera di un partito il cui segretario fa a pezzi tutti i giorni, e con malcelata soddisfazione nel mostrare il suo sprezzante cinismo da vincitore, i propri valori e il proprio senso di appartenenza, potrebbe non averne tanta voglia.

E poi, a che serve il partito? Basta il candidato buono che riempie le urne, qualche Leopolda qui e là, un paio di cene per il fundraising, con 5 imprenditori a testa per mille euro cadauno, e puntare a raggiungere l’obiettivo di qualche milione: a quel punto, con i vostri miseri 15 euro e le petulanti pretese di voler discutere la linea politica, potete pure accomodarvi all’uscita.

Non era quello il fine ultimo della liquefazione? Mi piacerebbe solo sapere, come curiosità a fini statistici, per chi hanno votato agli ultimi congressi quelli che ora non intendono rinnovare la tessera, dato che un certo responsabile di qualche cosa ha scritto che “questo calo di tesseramento deve essere letto e interpretato come una ‘pulizia della militanza’”.

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