Il rumore di Pulcinella

Tante maschere di Pulcinella, la generosa e ironica canaglia, sempre affamata d’antica fame, hanno sfidato nientemeno che gli austeri grigi governatori e gli alti funzionari delle banche centrali nazionali ed europea. E il fatto che in casa giocassero i primi, la dice lunga sul come stiano realmente le cose.

Affamati lo siamo e lo stiamo diventando sempre di più. Nel senso che sono in crescita quelli che hanno fame (e non solo per modo di dire), e che questa condizione non è solamente naturale, ma anche indotta, determinata, causata proprio da alcune politiche economiche che da precisi dettami finanziari sono state ispirate e imposte.

Rispetto a questo stato di fatto, sembra quasi che non ci sia nessuna voce che si alzi a riportare agli alti piani delle banche centrali di piazza della Vittoria il rumore di fondo dei bassi periferici di vicolo Corto, in questa società modellata sempre più sulle rigorose e rigide regole d’un gioco per monopolisti. Il silenzio della maggioranza che vota (fra quelli che votano) per i partiti ossequiosi del sistema europeo (che iddio fulmini chi osi contestarlo), coprono il baccano della disperazione nella vita reale, quasi fossimo tutti e a prescindere d’accordo. Ma non è così. E allora, fai tanto rumore, Pulcinella. Fate tanto rumore, oggi a Napoli, ieri ad Atene, domani a Francoforte.

Sì, tanto rumore, come l’appello degli intellettuali, anche dei cattivi maestri, persino di Toni Negri, invita a fare. Perché è la melassa del silenzio quella che ci sta soffocando, è nel mare del conformismo che stiamo affondando, nella corrente uniformatrice del pensiero unico che stiamo andando alla deriva.

Il mondo reale c’è ancora, e fa rumore. E tanto. Il mondo reale scende ancora in piazza per dire la propria, non solo per mettersi in fila davanti al negozio di tecnologia più alla moda per accaparrarsi prima di ogni altro l’ultimo ritrovato in fatto di telefoni cellulari.

Il mondo reale si divide ancora fra padroni e lavoratori, e se padroni non vi piace, trovatelo voi un termine per chiamare quelli che sfruttano un’azienda un tempo di Stato, avvelenando un’intera città e chi la abita, quelli che chiedono di organizzare la vita delle persone sui ritmi innaturali della fabbrica perché è tempo di sacrifici, mentre portano i loro proventi milionari al riparo delle tasse in qualche paradiso fiscale, quelli che producono quei telefoni alla moda in stabilimenti neocolonialisti e con condizioni di lavoro poco al di sopra della schiavitù, diventando anche icone pop per la capacità di innovare.

Il mondo reale ha ancora fame, quella atavica di Pulcinella, quella che discende “da generazioni di affamati”, quella che fa sì che in Italia ci siano, oggi, 6 milioni di persone che non riescono a far fronte alle spese necessarie per abitazione, vestiario e cibo.

Quel mondo c’è ancora, e a chi governa col piglio del comando, conviene cominciare a sentirne il rumore, che non si copre con sorrisi perfetti o volti rilassati anche quando parlano di povertà, disoccupazione, precarietà esistenziale.

Non basta gestire il dissenso come una questione di ordine pubblico, e pensare che sedata una manifestazione (magar a colpi di taser, visto che da ora si può), si sia risolto anche il problema che l’animava. Mettete per un attimo l’orecchio a terra: al di fuori dei sondaggi, suonano musiche diverse, uscendo dalla mistica del pragmatismo opportunista, raccontano storie alternative, esulando dalla narrazione del potere che si dice ineluttabile, cantano di scenari non contenibili in una banale enunciazione di vacue ovvietà.

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