La ditta?

Jobs act, Bersani: leale nel voto finale, so cos’è la ditta. Titola così il Sole 24 Ore, come molte altre testate, a proposito della posizione dell’ex segretario del Pd sulla riforma del lavoro che Renzi e il suo Governo stanno portando avanti, e sulla quale hanno avuto il benestare della Direzione del partito.

Una posizione non nuova quella di Bersani; dopotutto, lui l’ha sempre detto che nel partito si sta come in una ditta, in cui si è leali con le decisioni prese dagli organi titolati e deputati a prenderle, e le si porta avanti tutti insieme, anche se non le si condivide. Però, in tutta la visione bersaniana della politica, che apprezzo al punto tale che essa ha rappresentato uno dei motivi più importanti per la mia adesione al Pd quando lui ne è divenuto segretario, a me un dubbio rimane: il partito è una ditta?

Non saprei, non credo. Una ditta è un posto dove è naturale che uno o pochi decidano e gli altri eseguano, semplicemente perché è proprio così che funziona. Una ditta è un posto dove la volontarietà nelle cose che si compiono non è un concetto davvero importante, perché, alla fine, l’impiegato o l’operaio realizza un manufatto o gestisce una pratica nel modo in cui gli è stato chiesto di fare, anche se sa o pensa che sarebbe meglio farlo in un altro, pure se quell’altro modo l’ha già fatto più volte presente.

Insomma, una ditta è un posto dove ci si sta non solo, e non spesso, perché quello che si fa è quanto vorremmo fare noi, e proprio nel modo in cui vorremmo si facesse, ma anche, se non spesso, per l’interesse al guadagno, per la necessità del reddito, perché ne abbiamo bisogno; in un partito è, o dovrebbe essere, diverso. Si può trascorrere tutta la propria vita professionale in una ditta anche se il lavoro che facciamo non ci piace, perché lo si fa per vivere, ma non credo si possa stare per tanto tempo in un partito che fa cose che non ci piacciono, a meno che non lo si faccia per vivere.

Non sto invocando la scissione, non ne avrei la titolarità (forse nemmeno la voglia) e poi per scindersi serve un gruppo, da soli, al massimo, si va via, ma arriva un momento in cui bisogna chiarire se nelle cose che si dicono ci si crede, oppure no. Perché non è indifferente dire “la tutela del diritto al reintegro è un baluardo della civiltà del lavoro”, e dopo “però, se i più decidono così, voto anch’io per la sua abrogazione”, entrando, di fatto, a far parte del novero di quella maggioranza di cui si contestano le scelte, “perché si deve essere leali alla ditta”.

Anche perché, poi, dire “la penso diversamente, ma voto come decide il partito”, anche su questioni caratterizzanti per una forza politica socialista (perché il Pd è nel Pse, giusto?) come il lavoro, fa un po’ troppo sindrome di Norimberga, del tipo “non condivido, eseguo solamente gli ordini della maggioranza”. Se a questa ci aggiungiamo quella di Stoccolma, per cui si deve rimanere, per lealtà, anche nel posto dove il segretario si diverte a spianare e piallare tutte le cose in cui si dice di credere, affidando la tenuta dell’ordine carcerario alle randellate della prima Picierno o del primo Nardella che passa, il quadro clinico dell’interessato, per essere eufemistici, comincia a essere preoccupante. O meglio, io mi preoccuperei.

Ah, dimenticavo: parlo pure di me, ovvio.

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