E se provassimo a dire delle cose così?

“Ma tu come lo vorresti il partito? Che politica dovrebbe fare? Quali cose potrebbe dire e proporre, per farti smettere di criticarlo?”. Sono le domande che spesso mi rivolgono alcuni lettori di queste modeste pagine virtuali. E sono domande chiare, sensate, puntuali.

L’obbligo di rispondere a tutti, ovviamente, non lo ritengo evaso con questo post, però voglio provare ugualmente a dare una risposta generale e di massima ad alcune delle questioni che in quegli interrogativi sono contenute.

Per esempio, perché contesto il Governo che il partito a cui sono iscritto e che ho votato sostiene? Perché non avevo votato per avere la politica infrastrutturale decisa da Lupi, quello che guidava la pattuglia forzitaliota in Commissione ambiente negli anni delle “grandi opere” berlusconiane, e degli altrettanto grandi condoni, e dell’attivismo politico ciellino nella Lombardia targata Formigoni, o le questioni dell’Interno appannaggio di Alfano, quello dei “lodi” pro capo suo e delle manifestazioni contro i giudici, oppure i temi del lavoro affare di Sacconi, quello contro cui scendevamo in piazza, tutti, anche coloro che oggi, con lui, salgono a palazzo, solo per dirne alcune. E il “non ci sono alternative” non vale più se lo schema delle larghe intese, immutato e immutabile almeno quanto indiscutibile e indiscusso, si ripete ormai da tre governi, Monti, Letta e Renzi, e a diversi livelli, dal Parlamento europeo fino a molte delle nuove Province con elezione di secondo livello.

Ma soprattutto, perché vorrei vedere cose che non vedo. Vorrei vedere un Pd impegnato sul tema dell’immigrazione non inseguendo la destra, ma disegnando un nuovo modello d’integrazione e relazioni con i Paesi d’origine, un partito che dica, chiaramente, che non si lavora per la pace comprando bombardieri nuovi o inviando armi usate a chi combatte in conflitti che, colpevolmente, abbiamo ignorato nel loro nascere, ma cercando di determinare una politica internazionale capace di sottrarsi al dogma degli interessi economici dei più ricchi nei territori dei più poveri, una compagine impegnata a difendere i diritti di cittadinanza e quelli civili, che sostenga il pieno riconoscimento alla libertà di vivere come e con chi si vuole la propria vita, e a decidere anche del come porvi fine quand’essa divenga insostenibile, che chiami “connazionali” i cittadini nati nella stessa nazione, e che creda nella democrazia al punto tale da fidarsi delle scelte degli elettori, senza alterarne il responso con premi, soglie, liste bloccate, eccetera, eccetera, eccetera.

Vorrei una forza politica che lavori per ripristinare un’imposta di successione sulle grandi ricchezze, che da noi è fra le più basse, che si batta per il superamento del precariato esistenziale di milioni di lavoratori, non eliminando anche il semplice obbligo di spiegare il perché un’azienda ricorra a un contratto a tempo pure per mansioni non legate a un progetto specifico o a condizioni stagionali determinate, che cerchi i soldi dove ci sono, lottando seriamente contro l’evasione fiscale perseguendo gli evasori, e pensando a una patrimoniale, quella da 400 miliardi di euro di cui parlava Barca, e al ripristino dell’imposta sugli immobili anche per la prima casa, pure sulla mia.

Vorrei parole nuove in termini di lotta all’abusivismo edilizio e pure al consumo di territorio attraverso opere inutili, prima di scoprire che un’autostrada è vuota perché accanto gli corrono altre strade o dire che servono nuove e invasive linee ferroviarie se quelle vecchie sulle stesse tratte sono sottoutilizzate, ma anche che faccia azione di contrasto a quegli imprenditori che abusano del lavoro dei loro dipendenti, attraverso contratti in nero a lavoratori facilmente sfruttati perché irregolari, tirocini falsi e partite Iva finte, prestazioni pagate pochi spiccioli per ogni ora e retribuzioni che sfiderebbero il senso del ridicolo, se non offendessero il sentimento della morale.

Vorrei paletti chiari contro chi parla di diminuzione dei diritti per chi lavora e obiettivi precisi per definire limiti minimi di salario, pensieri ambiziosi per nuovi per nuovi programmi di investimento pubblico e non i soliti progetti di dismissione del patrimonio statale a vantaggio di altrettanto soliti “potenziali investitori”, interventi coraggiosi su welfare, sanità, reddito di cittadinanza, e non timidi balbettii su ripetuti spartiti imposti dai padroni del denaro.

Ecco, e se provassimo a dire delle cose così? A dirle di nuovo, intendo. Perché una volta, nemmeno tanto tempo fa, molte di quelle battaglie e di queste tematiche, erano le nostre. Nostre, dico, di tutti, anche di chi ora, forse, le ha dimenticate per la lunga alleanza con quelli di cui ieri ci dicevamo alternativi.

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