Se un ventenne ti chiede “che fare?”

Sì, proprio quella domanda. Quella che Lenin si poneva all’inizio del secolo scorso. Quella che troppe volte interroga chi si affaccia alla politica e si riaffaccia a ogni tornante della Storia. Come si risponde a un ventenne, nato quando il sogno “scientifico” del socialismo era già finito, quando l’idea, contenuta come risposta nell’omonimo saggio leniniano, di una eterodiretta formazione della coscienza di classe portata avanti da un movimento che si faceva partito, guidato da un’avanguardia di rivoluzionari di professione, tesi nell’opera di condurre le masse e il mondo, aveva già mostrato tutti i suoi limiti, fallendo?

E che ne so? Per dare delle risposte, bisognerebbe averle: io, nella mia vita, ho sempre e solo posto domande, nutrito dubbi, cercato ipotesi di spiegazioni. Che fare?

Confesso che sentirselo chiedere, come m’è capitato ieri sera, un po’ disorienta. Perché capisci che vent’anni non li hai più, e perché vorresti poter rispondere, rassicurando, segnando una strada, indicando una direzione.

Eppure, non sarei onesto se dicessi che per uscire dallo stato di smarrimento in cui ci troviamo si debba andare di qua o di là. Queste sono certezze che lascio ad altri, ai sacerdoti della stabilità del sistema. A me interessa capire come ci si muove quando la bussola e le mappe che si credevano definitive e sicure mostrano la loro inutilità.

La domanda di quel ventenne muove dall’emergenza della situazione politica, quella che ha portato le forze della speranza nell’alternativa a praticare l’alleanza con i campioni della conservazione, nell’obiettivo minimo, frainteso come massimo, di determinare le condizioni per l’alternanza. E il quadro generale? Ah, quello rimane lo stesso, che diamine: vorrete mica mutarlo? Ecco, io, invece, partirei proprio da lì, per rispondere a quella domanda e per provare a capirne un po’ di più.

Perché penso, ad esempio, che il fatto che quelle cartine e quelle bussole non servano più, sia dovuto proprio al lavoro sui punti di riferimento portati avanti in questi anni. L’aver disarticolato ogni forma di rappresentazione e rappresentatività organizzata della società (opera che continua ancora adesso e anche qui in Italia, proprio per impegno concreto del leader del principale partito di sinistra), ha determinato le condizioni per una frammentazione così eccessiva per cui nessun discorso collettivo sembra ormai possibile. La società diviene, nella lettura standardizzata del pensiero unico, moltitudine disomogenea, disarticolata, parcellizzata. Non ci sono più interessi comuni, ma esigenze individuali. In definitiva, se analizzata con i parametri della cultura ufficialmente riconosciuta, essa smette di esistere, sostituita da un insieme disorganico di individui e realizzando così la profezia della Thatcher.

In questo mondo così liquefatto, i discorsi complessi diventano superflui: la necessità è qui e ora, e le parole devono essere comprese subito e facilmente. Accade, quindi, che i sottoinsiemi in quell’insieme più grande, unico, non si organizzino ma si polarizzino. E il discrimine di quelle polarità, il clivage, la frattura, non passa più lungo le direttrici classiche, non sta più a segnare la destra e la sinistra, ma si frappone fra l’alto e il basso, chi ha, e quindi difende il sistema che glielo garantisce ancora, e chi non ha, e quindi si augura la fine di quel meccanismo che lo esclude.

I poli, però, non cambiano gli schemi, li equilibrano. Sistemici e antisistemici, in un certo senso, giocano tutti la stessa partita, seppure su lati diversi del campo: quella della continua parcellizzazione della realtà.

Quindi, che fare? Da dove riprendere un cammino interrotto da chi e da quanti l’hanno portato alla confluenza compromissoria e stabile dell’alternanza conservatrice? Da dove lo si era lasciato, più o meno ai tempi di quel Che fare? che si fece libro.

Se una tale sconfitta delle tensioni alternative c’è stata, non è avvenuto per motivi congiunturali o per un destino cinico e baro: è stato un risultato scientemente e scientificamente perseguito dagli artifici della rivoluzione restauratrice che abbiamo vissuto e di cui ora si vedono i risultati. Fra questi, il più significativo sarebbe stato impensabile all’inizio del processo neo conservatore fatto sulla pelle dei lavoratori: l’attacco al lavoro non più portato solo dal capitale, ma anche dalle forze che dovrebbero fare del progressismo il loro metro di azione.

Un attacco al lavoro continuo, che ha portato alla totale trasformazione del lavoro riuscendo a mutare la stessa condizione umana. La precarietà è divenuta non solo regime contrattuale, ma condizione esistenziale, ricacciando il singolo nella propria individualità solitaria e schiacciando le sue dimensioni sullo spazio conosciuto e nel tempo presente. Su quelle, le forze reazionarie solleticano la paura del futuro e dell’altro, le potenze del capitale tranquillizzano in modo paternalista, promettendo sicurezza e tutela in cambio di resa e abnegazione. Al di fuori di questo, il nulla.

In quel vuoto, per ricostruire qualcosa è necessario mettersi in discussione. Se la sinistra si muoveva affondando le proprie radici per la sua azione di riscatto e cambiamento nella solidarietà fra i lavoratori, oggi l’ingannevole religione meritocratica e la ritualità della competizione continua, nella vita come nel lavoro, hanno fortemente compromesso quelle possibilità.

Marx fece della critica dell’economia politica lo strumento per arrivare a una sorta di anatomia della società civile. Noi dovremmo provare a fare della critica del lavoro moderno il filo di Arianna per ritrovare un nuovo fondamento di quel impegno nella società, adattandolo al mutare dei rapporti sociali, dell’organizzazione delle forme di partecipazione ai processi produttivi e dei loro risvolti culturali e antropologici. Una sfida immensa, tesa a ricostruire, rinnovandolo, un rapporto solidale fra i lavoratori, lo stesso che l’evoluzione del capitalismo degli ultimi anni ha reso sempre più competitivo.

Per fare questo, bisogna partire da quello che c’è e da quello che si vede. E stare lì dove i processi avvengono. Non col piglio del censore o del tutore dell’ordine, non per alimentare, sostenere e favorire l’adesione al totem della stabilità, fuggendo il tabù del conflitto, ma, invece, facendo proprio di questo la leva per una nuova capacità di azione e di rivendicazione. E se le pratiche della concertazione e del compromesso vengono abbandonate, forse non tutto è male. Con un’eterogenesi dei fini, i liquidatori del metodo concertativo potrebbero determinare le condizione per una ripresa e una nuova conflittualità fra capitale e lavoro, capace di dare forza e sostanza alle idee di modelli alternativi all’unico che ora si intravede.

Se il compito è arduo, il risultato è tutt’altro che semplice da raggiungere. Anzi, potrebbe non essere possibile conseguirlo, vista la latitanza da quei territori perpetuata per molti anni. Però, quello è il solo metodo a cui riesco a pensare quando mi sento chiedere: che fare? Ed è l’unico che vedo per cercare una possibile alternativa all’accettazione incondizionata della competizione individualista, condita e sorretta dall’ingannevole mitologia del merito, nel quale tutti sono contro tutti e dal quale emergono solo i più forti e i più scaltri, quelli che hanno più potere o maggiori possibilità.

Noi però, se non ricordo male, eravamo nati per stare dalla parte di quelli che avevano e hanno di meno.

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