Il cambiamento ingiudicabile

“Io temo che in questi trent’anni le continue prese di posizione dei professori abbiano bloccato un processo di riforme oggi non più rinviabile per il Paese”. I professori? Gli intellettuali? Cioè le categorie meno ascoltate in assoluto di questo trentennio inglorioso sono quelle che ne portano le maggiori responsabilità?

Ebbene sì. Almeno a sentire Maria Elena Boschi e quello che ha dichiarato durante un’intervista ad Agorà. A giudizio della ministra, se siamo a questo punto è colpa loro. Che poi, questi professori, a detta della titolare del dicastero per le Riforme, sono perfidi, perché si permettono anche di cambiare opinione solo per poter criticare il governo Renzi. Prendete Stefano Rodotà, uno che nel 1985 proponeva un disegno di legge per superare il Senato è che oggi critica quelli che voglio cambiarlo.

Ora, uno potrebbe cercare di spiegare, e lo ha fatto anche lo stesso Rodotà, che il 1985 era un altro mondo e che proprio a quelli che proponevano la riforma che cita la Boschi vennero rivolte accuse di “eccessivo parlamentarismo”, mentre oggi (è un po’ anche allora: il presidente del Consiglio era Bettino Craxi, per dire) il Parlamento dal Governo è visto come “la palude”. Uno potrebbe ricordare ai sostenitori del Governo-che-fa-solo-cose-buone che nell’85 c’era un sistema di voto proporzionale con le preferenze, esistevano i grandi partiti di massa organizzati e “pesanti”, che i regolamenti parlamentari erano studiati per dare grandi poteri alle forze di opposizione, le stesse che oggi si vorrebbero limitare o costringere al silenzio con “ghigliottine” procedurali per l’approvazione delle leggi (magari sulle note di Bella ciao, così i più appaiono anche come i buoni, a prescindere) o la previsione di un canale privilegiato per la conversione in legge dei decreti governativi. Uno potrebbe anche far notare al ministro che, nel mentre si dice di abolire il Senato, di fatto, visto che quello rimane come assemblea non elettiva, l’unica cosa ad essere abolito è il voto dei cittadini per la scelta dei senatori, come per quella degli amministratori provinciali (perché pure le Province rimangono) e, in parte, anche degli eletti alla Camera, visto che fra liste bloccate e candidature multiple con facoltà opzionali, sbarramenti e premi, se l’Italicum dovesse diventare legge per davvero, l’elettore non potrebbe mai esser certo del destinatario ultimo del suo consenso.

Ma ormai è così. Bisogna correre, correre, correre. Ma per far cosa? Cambiare verso all’Italia. Ma allora siete sicuri che stiamo correndo dalla parte giusta? Zitto e corri.

Se posso citare qui un altro professore, negli stessi anni della proposta di Rodotà e altri, Odo Marquard (nel saggio Epoca dell’estraneità al mondo? Contributo all’analisi del presente, raccolto in Apologia del Caso, pubblicato in Germania – Apologie des Zufälligen – nel 1986 e in Italia nel 1991) parlava di uno svantaggio per il singolo nel suo processo di crescita proprio dell’epoca moderna: la tachiestraneità al mondo. Causa di questo sentimento di separazione, se non vera e propria alterità, rispetto alle cose mondane era, per il filosofo tedesco, la velocità (tachiestraneità appunto da τὸ τάχος, velocità, rapidità) dei mutamenti del reale. Un sentimento di cui Marquard dava anche le coordinate, diciamo così, sintomatologiche: l’invecchiamento accelerato dell’esperienza, l’affermazione del sentito dire, l’espansione della scuola, intesa come istituzione che insegna una visione surrogando l’esperienza, la voga del fittizio e della finzione, perché nel mondo complesso si ricercano le semplificazioni, il crescente essere disposti all’illusione, dato che il tempo accelerato ci spinge verso il bisogno di credere in qualcosa (o qualcuno) in grado di assicurare e assicurarci la salvezza finale.

E quindi, alla fine, forse se non comprendiamo, capiamo, sosteniamo (osanniamo?) l’azione del governo Renzi e dei suoi validi e veloci ministri, la colpa è solo nostra, che stiamo qui a suddividere lo spazio in tanti piccoli tratti, in modo ch’al piè veloce non riesca di raggiungere la tartaruga. Un po’ di pragmatismo aristotelico, per Zeus: questi paradossi son roba da eleati, loro, divinatori e pizie del concretismo, nel tempo dato, la tartaruga la doppiano.

E quindi, volate, nobili pelìdi: questo mondo è da cogliere in corsa, e non ammette riflessioni del pensiero, ostacoli dell’opinione, freni della discussione. Qui regna certezza, e se ieri regnava un’altra e domani un’altra ancora, a voi che cosa importa? L’importante è crederci.

Un dubbio però rimane, vecchio arnese arrugginito: il Parlamento che vuol cambiare la Costituzione è quello eletto in forza di un sistema che proprio questa non rispettava? Scusate, avete ragione: più che un dubbio, è un abbaglio, una visione, un sogno.

A proposito di sogni, e chissà come mai, me ne viene in mente un altro: un Sogno numero due. “Ascolta, una volta un giudice come me giudicò chi gli aveva dettato la legge: prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge”.

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