Quell’affare elitario che chiamiamo democrazia

E così, tutti divennero renziani, come prima erano stati lettiani e furono montiani. Ma tutti chi? Sicuramente tutti quelli che in direzione del Pd hanno votato il documento con il quale, sfiduciando il presidente del Consiglio in carica, di fatto si sono affidati al segretario. Certamente tutti quelli che gli voteranno la fiducia, anche se con i tanti “ma” e “però” che sempre si dicono, sprecandoli, in queste occasioni. Ovviamente tutti quei poteri, più o meno forti, che oggi in lui vedono la carta vincente su cui puntare, il campione sul quale scommettere.

Già. Che poi, grosso modo, sono proprio tutti quelli che prima erano lettiani e montiani, con gli stessi “sarà” e “forse”, con gli stessi “dipende” e “tuttavia”.

E la spiegheranno in diversi modi: che era tempo di dare una svolta, che non si poteva continuare così, che bisognava cambiare il passo. Oppure, che non si poteva proseguire ad avere una continua tensione fra il Governo e il principale partito di maggioranza, che ormai l’accelerazione aveva condotto i fatti così avanti che non si poteva non accompagnarli verso quell’esito, che era necessario che Renzi si impegnasse direttamente. Infine ci saranno quelli con le ipotetiche e le argomentative, quelli che ci diranno di non essere convinti ma che si augurano che abbia ragione e faccia bene, e che “dopotutto cos’altro si poteva fare? Ora questa cosa c’è e va sostenuta”, senza spiegare il perché, quasi che difronte all’abuso della forza politica fattasi questione numerica, altro non si potesse fare che applicare il condono dell’assenso partitico e parlamentare.

E quelli che non fossero d’accordo? Quelli che contestassero il fatto che questo sarebbe il terzo governo non “non eletto dai cittadini”, che in una Repubblica parlamentare e con la nostra Costituzione non ha senso, ma costruito, realizzato e sostenuto in Parlamento da forze e rappresentanti che, in virtù del giusto principio dell’indipendenza di mandato, fanno ogni giorno il contrario di quello che avevano detto quando hanno preso i voti.

Questa non è solo una questione di coerenza: è una questione etica. È una questione che attiene il rapporto fra i cittadini e le istituzioni, che sono, nei fatti, chi le rappresenta. È una questione che c’entra con il fondamento primo dell’impegno politico: la lealtà. Non ai leader, non ai partiti, non alle correnti: la lealtà verso le cose che si dicono, le promesse che si fanno, le parole che si usano.

“Mai al Governo con Berlusconi”, ve la ricordate? E quest’altra: “mai al Governo senza passare dal voto”? Non, non c’entra il rispetto delle assicurazioni date in campagna elettorale, c’entra il modello che si vuol far passare. Quello attuale è il modello in cui, alla fine, qualunque cosa dicano, i potenti fanno sempre quello che gli conviene.

Girateci intorno fin che volete, ma se la logica è che non si poteva fare diversamente perché tutti i poteri forti e quelli che contano volevano che così fosse, gli altri, i deboli senza potere e che non contano nulla, in queste scelte non hanno voce in capitolo. E se non contano, è giusto che vogliano smettere anche di farsi contare; ecco perché disertano le elezioni, sia quelle vere, sia quelle primarie e di partito.

Questa che ormai sempre più si va affermando come l’unica soluzione possibile, quello schema di larghe intese e grandi interessi che domina lo scenario politico, parlamentare e partitico dal 2011 e punta, dichiaratamente, al 2018, e poi chissà, e che sta soffocando nella culla ogni possibile alternativa. O almeno, sta uccidendo la possibilità dell’alternativa all’interno del sistema.

Se infatti le proposte politiche che si dicono fra loro alternative finiscono per coincidere in una convivenza che dura da troppo tempo per poter ancora essere considerata un’eccezione e se qualsiasi voce minoritaria e fuori dal coro è vissuta con fastidio, quando non con vero e proprio ostracismo, o additata come pericolosamente tesa a minare il sistema, allora non si è più in presenza di una democrazia, ma di un sistema elitario che di quella mantiene solo il nome. In questo sistema vigente, dove si presentano determinati modelli e proposte politiche ma si perpetuano diverse azioni di governo, dove si mettono insieme delle rappresentanze numericamente maggioritarie in virtù di meccanismi eccessivamente premianti (non lo dico io ma i garanti del sistema, quei giudici della Consulta i cui moniti saranno ignorati almeno per altri quattro anni), se comunque a contare ed esser contati saranno solo i voti validi e comunque si sommeranno diversamente rispetto alle volontà di chi li esprime, allora siamo in presenza di un κράτος che si esplica e fa a meno del δῆμος e dalla gestione del primo il secondo rinuncia a intervenire, non sentendosi più partecipe dell’organizzazione della res publica, ma non volendo, allo stesso tempo, essere più numero giustificante del simulacro democratico.

L’astensione, però, denuncia la nudità del re, ecco perché i regnanti s’affrettano a banalizzarla. Così come l’opposizione allo schema (non l’opposizione nello schema, con buona pace di quelli che urlano contro, ma trovano solo in esso la giustificazione delle loro urla) è tacitata, vilipesa, offuscata.

Oggi, e più che mai, ci sarebbe la necessità di sviluppare una cultura capace di contrapporsi a quelle logiche arrendevoli, che vedono pure i colori della sinistra piegare le ginocchia dinnanzi al dispiegarsi dell’azione dei poteri forti e giustificandosene con la suprema necessità di garantire l’interesse del Paese, la funzionalità delle istituzioni, le dinamiche e le logiche del sistema attuale. E allora tutto è ineluttabile, inevitabile, fatale. Allora vanno prese le scelte “impopolari”, che sono tali alla lettera, visto che sono scelte delle élite e non del popolo. Allora vanno affrontati i sacrifici per il bene superiore, che si traducono nei sacrifici di quelli che stanno in basso per il bene di quelli che stanno in alto. Allora tutto passa in secondo piano rispetto alla tenuta del quadro, compresi i diritti di quelli che in nel quadro non son compresi e che, essendone fuori, possono al massimo chiedere concessioni ai gentili in quello raffigurati.

Ciò a cui stiamo assistendo assomiglia sempre di più ad un affare elitario, chiamato democrazia per non urtare la sensibilità di coloro che da questo vengono esclusi. “Se siete minoranza e minoritari”, è come se dicessero gli interpreti e i campioni del sistema, “non potete mica pensare di condizionare gli altri? Dovete adeguarvi, e quando sarete maggioranza, e se lo sarete, allora potrete decidere voi”. Certo. Come se fosse mai possibile esser maggioranza domani per una minoranza costretta a correre con le regole fatte da chi è maggioranza oggi, gli stessi che sono pronti a presentare modelli apparentemente alternativi ma finalizzati, insieme, alla salvaguardia dell’identico sistema, con i medesimi equilibri e valori.

Per questo, quella minoranza, che spesso è maggioranza al di fuori delle dinamiche che traducono in seggi la rappresentanza, come segnano sempre di più i dati della non partecipazione ai meccanismi della delega, rifiuta la partecipazione, per questo delegittima  e non si riconosce nelle istituzioni (l’ultimo rapporto di Eurobarometro Standar fissa l 10% la fiducia nel Parlamento e nel Governo), per questo reagisce a tale situazione di impotenza e ininfluenza del proprio volere disconoscendo il sistema e cercando, isolandosi, le risposte o riponendo, aggregandosi, in figure salvifiche le speranze di rivalsa, o quantomeno di vendetta.

Più chi si estranea e chi s’ammassa non riesce a determinare significative modificazioni dell’impianto generale, perché i primi si condannano all’ininfluenza dell’ideologia che fa a meno dello prassi e i secondi s’affidano all’inconcludenza della prassi slegata dall’ideologia, più monta quel sentimento di estraneità che mette all’angolo e spinge verso una rinuncia, triste nei modi, oscura e fosca nelle forme. E mentre l’élite s’ammanta anche della gratificazione della maggioranza di quelli che ancora trovano giustificazioni, motivi e ragioni per partecipare ai riti allestiti per dare al funzionamento del sistema la parvenza di ciò che sempre meno è nei fatti, il popolo e il suo volere scivola sempre più verso l’insignificanza e l’impotenza. Ecco il rancore affacciarsi sulla scena pubblica e le sue forme farsi categoria del politico, ecco la sfiducia diventare condizione dell’essere, ecco il ricorso alla condanna, acritica e massificata, di tutto ciò che rappresenta la promessa tradita. E se è la democrazia a tradire la promessa, sia essa la prima a perire; non importa se con essa finisce anche il metodo, lo strumento e la via per far contare il mio pensiero, la mia opinione, il mio volere. Se questa m’inganna, finisca per me come per tutti gli altri, e se questo è il sistema che mi chiude nell’angolo della totale ininfluenza, allora si chiudano anche per gli altri quelle vie, quegli strumenti e quei metodi che a me sono preclusi.

Però il rischio è che a quel sistema l’unica opposizione che si possa dare sia quella di reazione, quella d’istinto, quella che, sentendo sulla propria pelle e nella propria carne l’ingiustizia per l’esclusione da quelle dinamiche che si volevano inclusive, esplode in rabbia o piega in rinuncia, e non saprei dire quale delle due sia l’uscita peggiore. La sfida dovrebbe essere quella di costruire una resistenza intellettualmente, culturalmente e politicamente organizzata a questo modello unificante e totalizzante, che non ammette dissenso e non accetta la critica, se non come orpello estetico, forma di garanzia apparente del funzionamento liberale.   Una resistenza che persegua un altro modello, non che reagisca all’esistente senza immaginarne di diversi.

Perché altrimenti c’è il rischio che questo sistema continui ad autorappresentarsi come un modello καθολικός, universale, incapace di ammetterne altri al di fuori di sé. Che è il principio della fine della libertà di pensiero.

E mi piace finire così quest’articolo, scritto proprio il 17 febbraio, lo stesso giorno in cui ricorre l’anniversario di quel rogo in Campo de’ Fiori con cui il sistema di allora non cercò di proteggersi bruciando un uomo, ma pensò con quel fuoco di scacciare il gelo per il timore della propria fine, dei rischi che correva a lasciare libera quella mente. Perché, in fin dei conti, il Nolano non aveva torto nell’ammonire: “forse avete più paura voi nel condannarmi, che non io nel subire la condanna”.

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