Quel che accade, accade per scelta

Ciò che sta avvenendo in Parlamento, al Governo e nel Partito Democratico, non è frutto dei movimenti della crosta terreste o dei moti astrali, non è figlio dell’ineluttabilità del caso né della mancanza di alternative:  accade per scelta.

Non sto parlando della scelta come fondamento dell’esistente, sempre, non c’entra nulla l’incondizionata libertà di scegliere sartriana. Sto solo guardando ai fatti. Quelli che accadono, appunto, perché alcuni fanno delle scelte.

Per esempio, non è capitato che quelli che dicevano “mai al governo senza passare dalle elezioni”, poi al governo ci siano andati proprio senza passare dalle elezioni: hanno scelto che fosse così, perché così volevano che fosse. E non è capitato che coloro che sostenevano l’ormai ex presidente del Consiglio “con lealtà e convinzione”, poi abbiamo smesso di sostenerlo e, nel giro di due giorni, deciso di sostenerne un altro, con la stessa lealtà e convinzione (che se fossi quel nuovo presidente, darei corso a diverse pratiche apotropaiche): hanno scelto di fosse così, perché così volevano che fosse.

E se prima di prendere quelle scelte, nessuno ha pensato di chiedere il parere degli elettori e dei militanti, e stavolta il tempo c’era e c’erano anche i modi, non è accaduto: è perché chi doveva decidere, la maggioranza allargata ad una parte dell’ex minoranza, ha deciso che fosse così, perché così voleva che fosse.

Non stupitevi, però, perché li avevate già conosciuti. Li avevate conosciuti ai tempi della scelta del presidente della Repubblica (e se ne hanno scelto uno che giudica una sciocchezza il ricorso alle urne, ci sarà pure un motivo), e li avevate conosciuti ai tempi della formazione del governo, quello con il caimano, quello che tutti escludevano fino al giorno prima di giurare da ministri. Ora siamo qui, ad assistere ad una staffetta che porterà chi diceva “mai più larghe intese” a guidare un governo di larghe intese con l’ambizione di allungarne la vita fino al 2018.

A quel punto, gli anni di larghe intese saranno sette, come quelli delle vacche di biblica memoria: e se quelle, le vacche, intendo, siano state grasse o magre giudicatelo voi, e in base a quello decidete. E scegliete. Perché non tutti sono d’accordo con questo schema, anche nel Pd. E se sono pochi ed hanno poca forza quelli che non sono d’accordo, diamo loro una mano ad averne di più.

Perché anche quella forza è il frutto di una scelta, quella fatta dagli elettori alle primarie dell’8 dicembre. Domani ci sono i congressi regionali e sì, servono per scegliere il segretario regionale del partito. Ma servono anche per definire un altro modo di intendere la politica e la gestione del partito. Un modo che non sia la pratica elitistica che avete visto in questi mesi, quella che fa discendere le scelte, ammantandole di inesorabilità, dal vertice alla base, che se a queste si ribella è solo perché non le capisce, ma che sia capace di fare il contrario, di incontrare prima quella base, di discutere e recepire le sue indicazioni e richieste, e di trasformare queste in scelte esecutive, realizzando davvero quelle forme di democrazia partecipata di cui tanti parlano, parlandone solamente, però.

E sì, lo so, vi diranno che le questioni nazionali e locali sono separate. E non avrebbero nemmeno tutti i torti, se non fosse che i modi sono gli stessi e le persone pure. Perché guardate a chi compone le liste e a chi sostiene i candidati, pensate a come hanno agito nei mesi scorsi e a come stanno agendo in questi giorni e chiedetevi come potrebbero agire domani. Se quel modo è quello che volete, se il modo delle decisioni assunte decidendo il contrario di quanto si era detto prima, in campagna elettorale o congressuale, è quello che volete, allora loro vi offriranno quello che cercate. Se invece pensate ad un metodo di gestione del partito capace di coinvolgervi prima delle scelte e non dopo, che vi renda partecipi dal momento della formazione delle decisioni fino alla loro messa in atto, che faccia anche il giorno successivo alle consultazioni quello che diceva in quelli precedenti, allora è un altro modo quello a cui state pensando.

Allora cercate il modo di fare politica di Daniele Viotti, in Piemonte, e di Diana De Marchi, in Lombardia, il modo di Stefano Gaggero, in Liguria, e di Juri Cesarini, in Umbria, il modo di Luca Fioretti, nelle Marche, e di Marco Guglielmi, nel Lazio, il modo di Mimmo Lo Polito, in Calabria, e di Antonella Monastra, in Sicilia. Un modo che c’è, e che se domani andate ai seggi allestiti per le primarie del segretario regionale delle vostre realtà, potrete sostenere e rendere più forte, perché il vostro partito, quel Pd a cui siete iscritti o che scegliete col vostro voto alle elezioni, sia più vicino a quello che vorreste che fosse, a tutti i livelli, nelle diverse situazioni.

Perché quel che accade, accade per scelta. Anche la vostra.

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