Perché c’è un altro modo

Daniele Viotti è un uomo di 39 anni, ragazzo solo in Italia, dove si è ragazzi fino a 60 anni, 70 con l’entrata in vigore della riforma Fornero. Si è sempre occupato di politica, è un attivista dei diritti gay, ha militato nella sinistra giovanile, prima, e nei DS, poi, ha fatto il consigliere comunale ad Alessandria e il segretario dell’Unione Comunale dell’area alessandrina.

All’ultimo congresso è stato il coordinatore regionale della mozione Civati, ma la sua non è una candidatura che vuole intestarsi la bandiera di una mozione nazionale, da inserire in uno schema in cui c’è una candidata cuperliana e uno renziano, anzi, “con Renzi”, come riportato sulle locandine. È però una candidatura che di quell’esperienza vuole portare all’interno del Pd, anche regionale, il metodo.

Un metodo che si costruisce parlando di contenuti, partendo dai temi, e che si caratterizza a partire dai modi, aperti, partecipativi, orientati al coinvolgimento.

Un metodo che, muovendo dal territorio e dai suoi problemi, ricerchi una soluzione insieme. Perché sono tanti i temi in cui la sinistra spesso ha latitato, altrettanti i casi in cui non si è capito bene quale fosse la sua posizione, molti quelli dove, per non urtare le sensibilità, una posizione proprio non è stata assunta.

Ecco perché questa campagna congressuale s’è caratterizzata come “la Campagna degli esempi”: perché si è voluto girare il territorio non arrivando nei posti con la valigetta del venditore di collanine agli indigeni, da cui estrarre la soluzione buona e giusta, ma raccogliendo le proposte e le suggestioni che da lì venivano.

Si è andati a Cherasco a parlare di cave e delle normative che ne regolano la gestione, ad Alba a parlare di sanità ed edilizia sanitaria, ad Asti a parlare di politica e partito. Non si è cercata la strada meno complicata, non s’è provato a glissare sui problemi: si è invece cercato di incontrare su quelli il parere degli iscritti, dei militanti e degli elettori del Pd. Per questo, è una promessa e una minaccia, la campagna degli esempi non finirà con le primarie regionali per la scelta del segretario, ma continuerà come metodo pure dopo, per verificare le cose che succedono e le cose che si vuole che accadano.

La campagna degli esempi, inoltre, è anche il modello con cui si vuole presentare la propria idea di partito. All’interno di quella nasce la proposta della segreteria itinerante, che non sia chiusa in via Masserano a Torino, ma che sappia incontrare i territori, e stare lì dove le cose avvengono. Stare ad Asti e nei circoli teatro delle contestazioni allo scorso congresso nazionale, ad esempio, perché il modello di partito che si vuole non è quello che là si è visto. (Su questo, permettetemi una breve parentesi. L’idea di non far pagare i due euro, meglio, di renderli facoltativi, per un congresso regionale non la vedo una soluzione ottimale. Si sta decidendo chi andrà a dirigere un partito: si può chiedere che chi partecipi a quella scelta, se non iscritto, dimostri almeno l’interesse? Non saranno i due euro a fermare la partecipazione e temo che, togliendoli, non avremo, per quello, le folle ai seggi. Infine, come battuta, ma anche come provocazione, visti i casi che citavo prima, se proprio qualcuno deve “cammellare le truppe”, che almeno questo abbia un costo e lasci qualcosa al partito).

La proposta politica di Daniele Viotti si articola nei temi principali su cui il PD è chiamato a definire la propria proposta politica, specialmente adesso che, su quella, dovremo confrontarci con gli elettori alle prossime regionali.

L’ingloriosa fine di questa consiliatura è una sorte che il Piemonte non meritava. Dopo anni di proterva arroganza, il re s’è scoperto nudo. Anzi, in mutande, forse per un ultimo sussulto di pudicizia, e verdi, per un particolare gusto dell’orrido. Ma a parte le battute, questo governo regionale non è solo nato sull’irregolarità, ma di questa ha fatto norma, ha continuato a mostrare la faccia di quell’arroganza dinnanzi agli eventi. Un numero esorbitante di consiglieri indagati (e non erano i nostri consiglieri, perché non è vero che “son tutti uguali”), il salvataggio di Giovine a dispetto dei santi e delle leggi, la scure utilizzata sui servizi e la spesa pubblica ridotta a meccanismo della gestione del consenso territorialmente interessato, hanno disegnato un quadro che per esser modificato comporterà, per tutti, un impegno gravoso.

Pensiamo alla sanità, un settore devastato e spinto verso l’inefficienza anche, forse soprattutto, per giustificarne logiche e pratiche tese alla privatizzazione. Un modello sanitario che va ripensato, protetto e valorizzato, spingendo verso una sanità che sappia lottare contro gli sprechi, e che non traduca in tagli questa lotta ma in riorganizzazione, redistribuzione delle risorse e riparametrazione delle prestazioni e del loro costo nei diversi territori, che non sono tutti uguali solo perché inseriti in una stessa regione.

Pensiamo ad una politica regionale che sia capace di rivedere l’intera gestione dei trasporti, non solo nei nomi di chi andrà a gestirli. Le pagine di quel romanzo pendolare che tutte le mattine scrivono i viaggiatori piemontesi, hanno tinte troppo fosche. Non è possibile che una regione cresca se non è collegata al suo interno, non è pensabile che l’indiscutibilità della scelta di realizzare un buco sotto le Alpi sia l’unico modo in cui in questo partito si discuta di trasporti, anche per far derivare da quello i fondi per le linee locali. Il modello piemontese dei collegamenti va ripensato, come va ripensata la sua gestione, e pure i suoi gestori.

In questi giorni il ministro Lupi ha visitato la provincia di Cuneo. Benvenuto. Ha chiesto di stilare liste e decaloghi che lui avrebbe provato ad accogliere. Ma quella è campagna elettorale. Ha promesso i soldi per la Cuneo-Nizza, speriamo. Ma l’ha fatto alla vigilia di un nuovo governo. Speriamo? Il presidente degli industriali cuneesi, dopo l’incontro col ministro, ha espresso pubblicamente i suoi dubbi sull’ultimazione dell’Asti-Cuneo, mentre un amministratore del Pd, il sindaco di Saluzzo, ha fatto al ministro una richiesta di buon senso: “non chiediamo i 500 milioni per la Pedemontana, nemmeno i 50 per il raddoppio Saluzzo-Savigliano, e non perché non servano, ma perché non ci crediamo più. Facciamo le cose minime, come riaprire la Saluzzo-Savigliano e metterla a gara”.

Non è una rinuncia, quella del sindaco saluzzese (che sostiene un altro candidato alla segreteria regionale, quindi ne posso parlar bene senza paura d’esser frainteso), ma la richiesta di un nuovo modo di fare le cose, partendo da quello che c’è e che si può fare. Senza promesse tanto grandi quanto vane.

Un modo che nella proposta di Viotti è fondamentale, accolto per rilanciare i settori economici che esistono e soffrono. Dall’edilizia, che non riparte con le grandi opere ma con il recupero del patrimonio esistente, ai tanti, troppi settori per i quali è necessario ripensare il futuro. E non pensando in piccolo, ma rilanciando.

Nel settore della cura, delle persone e dell’ambiente, ci sono possibilità enormi di creare lavoro (lo diceva Rifkin già vent’anni fa, ma eravamo impegnati a seguire altri modelli, e questo è il punto a cui quelli conducevano), nella cultura e nella formazione si trova il futuro delle giovani generazioni e quello dell’impegno del nostro partito nel fare una proposta politica, che speriamo la prossima giunta regionale sappia accogliere e rendere efficace.

Però questo è un congresso di partito, e un partito non esaurisce la propria azione nella contingenza. Dobbiamo essere capaci anche di contribuire a determinare una cultura politica nuova, che sappia parlare di Europa, senza paura di dire che si deve fare di più e meglio di quello che s’è fatto finora e che molte cose fatte son state fatte male, anche se noi le abbiamo sostenute e recepite quasi acriticamente. E che sappia discutere di diritti, senza paura che qualcuno si alzi a dire: “ci sono altre emergenze”. Perché ci saranno pure altre emergenze, e forse ci saranno sempre, ma se passa il principio che i diritti sono un qualcosa di cui si può discutere solo quando non ci siano altre emergenze, questi smettono di essere diritti e diventano “gentili concessioni”.

L’ultima giunta di centro sinistra aveva iniziato un cammino importante per l’approvazione di una legge regionale contro ogni discriminazione. Poi, in Piemonte, quel cammino s’è bloccato, mentre è continuato in Liguria, dove si è varata una legge all’avanguardia. Bisogna riprendere quella strada, perché una forza progressista non può contribuire all’arretratezza culturale e perché quelle battaglie son già più avanti di quanto crediamo. E perché chi di quelle battaglie le vive sulla propria pelle e nella propria carne è tutta la vita che aspetta.

Poi c’è il partito. C’è la gestione del partito. E c’è il rapporto fra il partito e gli amministratori. Un partito è un luogo in cui si discutono le idee politiche da portare come sostegno, contributo e stimolo all’azione degli amministratori e degli eletti, non un luogo i cui si spiegano le scelte da questi già prese. Noi, a tutti i livelli, abbiamo spesso commesso l’errore di considerare il partito come il luogo in cui si faceva la seconda delle due cose, quasi determinando quel rapporto di fratellanza siamese fra partito e amministrazione che Barca nel suo documento, più citato che letto, colse col rimando alla figura fantastica del catoblepa pliniano.

Il partito che si disegna nella programma di Daniele Viotti persegue invece la prima delle due strade, quella che vuole farne un luogo in cui le decisioni si discutono prima di prenderle, non dove si spiegano dopo averle assunte. Perché solo così si recupera il rapporto con gli elettori e si costruisce la partecipazione: facendo il contrario di quello che accadeva e, ahimè, accade a livello nazionale, dove s’è raccontata una storia politica e s’è spiegata una diversa geografia parlamentare, tanto che le larghe intese da modello eccezionale son diventate “modello De Beers”, per sempre. E non è fuori tema parare di questioni nazionali, visto che a guidare e a sostenere alcune liste e candidature ci sono i parlamentari e i dirigenti nazionali che poi quelle scelte le fanno e le portano avanti. Se non è anche per discutere di queste, mi chiedo perché quelle candidature e quel sostegno. E se ci deve essere un altro modo di fare politica e di intendere il partito, questo va praticato tutte le volte che se ne ha l’occasione, ovunque se ne abbia l’occasione. Ciò che abbiamo visto in questi giorni fra staffette e subentri è stata un’operazione che dimostra meglio di mille saggi di politologia cos’è quello che non vogliamo che sia. Invece di coinvolgere gli iscritti e i militanti (e questa volta c’erano il tempo e tutte le alternative), s’è scelto di gestire la crisi al di fuori di quel confronto. Si potevano consultare gli elettori, ricorrendo a quegli elenchi delle primarie che tutte le volte si compilano e si fanno sottoscrivere, si potevano registrare il parere, l’opinione e i suggerimenti e tenerli in considerazione; si poteva fare in un altro modo, appunto.

Per tutto questo, quando mi chiedono “dove va Viotti con la sua candidatura?”, rispondo: “non va in giunta, se arriva secondo, né a dirigere un consorzio, se arriva terzo”. E non ci va, non solo perché arriva primo, ma perché va a portare, anche dopo la conclusione di questa fase congressuale, il proprio metodo di fare politica nell’esperienza e nel lavoro quotidiano del Partito Democratico piemontese.

Vi rivolgo due inviti, quindi: andata a votare domenica alle primarie per la scelta del segretario regionale del Pd piemontese (portando un amico) e andate a votare per Daniele Viotti.

Perché, nel far politica, c’è un altro modo.

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