Il tempo del frutto più avvelenato

Ma dov’è lo scandalo? Davvero, non capisco: di cosa si scandalizzano quelli che criticano l’incontro fra Renzi e Berlusconi? Stando alle dichiarazioni, oggi si vedono per parlare di legge elettorale e, come scriveva ieri Curzio Maltese su La Repubblica, “nelle democrazie è normale e auspicabile che la legge elettorale sia decisa d’accordo fra destra e sinistra. Non è normale invece che destra e sinistra siano insieme al governo. Nel mondo alla rovescia della politica italiana sta accadendo il contrario”.

Qui, infatti, chi fino a ieri diceva che Berlusconi era un novello Aldo Moro, con cui sedicenti Berlinguer s’apprestavano a rievocare i governi di responsabilità nazionale (il fatto che, date le condizioni in campo, a Berlusconi sarebbe dovuta toccare la parte del Berlinguer, segna la misura del ridicolo di quella lettura) o ancora un partner di governo così affidabile da poter essere ritenuto garanzia di democrazia sufficiente per avviare una stagione di grandi riforme costituenti, adesso che Renzi incontra Berlusconi solo per discutere di legge elettorale, fa il diavolo a quattro.

“Bisogna partire dalla maggioranza”, si sente dire. Ma come? Non accusavano ieri Berlusconi d’aver fatto la riforma elettorale a colpi di maggioranza con la Lega di Calderoli? “Non si può trattare con un pregiudicato”. Questa poi; non si può trattare con Berlusconi sulla legge elettorale per i suoi problemi giudiziari e si è andati da lui a trattare il nome del presidente della Repubblica? “Berlusconi è inaffidabile”. Ed è vero, per questo non si doveva affidare a lui il co-governo del Paese con l’accordo delle larghe intese.

“Ma quando nacque il governo Letta non c’erano alternative ad un accordo con Berlusconi”. Forse sì. E in ogni caso, se si assume il concetto che le regole del gioco, la legge elettorale, si scrivono di concerto fra maggioranza e opposizione, non c’è alternativa al discutere con Berlusconi. “Ma proprio quelli che si opponevano con forza all’accordo con la destra, ora difendono il diritto di Renzi di trattare con Berlusconi?”. A parte il fatto che quelli che si opponevano a quell’accordo lo facevano perché non volevano un governo che decidesse dei destini del Paese deciso da Berlusconi, mentre è tutt’altra storia decidere le regole con cui i cittadini decidono chi deve governare, capite bene che questo ragionamento apre alla domanda contraria: ma proprio quelli che ci han fatto il governo con la destra, e due volte, chiudono alla possibilità di discuterci la legge elettorale?

“Perché, quindi, il presidente della Repubblica non si doveva discutere?”. Perché quello, in quella situazione, era un accordo sotteso al modello di governo che poi si voleva fare. Non è così? Allora, spiegatemi l’applauso di Berlusconi sulla rielezioni di Napolitano. “In ogni caso, le leggi si fanno in Parlamento, non negli accordi fra i leader”. Giusto. Ma è proprio perché abbiamo governi delle larghe intese ripetute dal novembre del 2011 per fare la legge elettorale che non hanno fatto che siamo a questo punto. In politica, i vuoti non esistono. Non si può pensare di star fermi, di non decidere, di lasciare non praticati gli spazi e scoprire che qualcuno poi si muove, decide e riempie quegli stessi spazi. La maggioranza attuale nasceva col patto di riscrivere la legge elettorale; non l’ha fatto. Ora, è normale che ci provino altri. Ad Alfano e Lupi non piace l’ipotesi di cui discutono Renzi e Berlusconi? Va bene. A me non piacciono tante cose fatte da loro. Ma non avevano accettato l’impegno di maggioranza per responsabilità verso il Paese? Vorranno mica dirci che accetterebbero una legge elettorale non nell’interesse di quello stesso Paese, ma del mero tornaconto del loro partito politico? Non sarebbe, come dire, responsabile, non trovate? “Ma se s’accordano Renzi e Berlusconi, cade il governo”. Lo stesso che era nato da un accordo con Berlusconi? Come dire, si minaccia sull’eventualità d’un intessa con la fine delle larghe intese? Ok: a quando il lieto evento?

“Ma tu? Tu che ne pensi?”. Ecco, nemmeno a questa domanda voglio sfuggire, sebbene nessuno me l’abbia posta (e soprattutto, a nessuno interessi la risposta). Bene, io con Berlusconi non avrei preso nemmeno un caffè, e nemmeno con quelli che gli stanno intorno e che gli stavano intorno fino a ieri e forse gli ristaranno intorno domani (non vedo significative differenze in questo fra chi chiedeva le leggi ad personam e chi gliele scriveva e gliele votava; anzi, al primo concedo l’attenuante immorale dell’interesse diretto sostanziale, ai secondi contesto l’aggravante morale della mera permanenza in posti che altrimenti non avrebbero meritato). E non perché non credo sia giusto discutere fra destra e sinistra le regole del gioco, ma perché è del soggetto che non riesco a fidarmi. A lui converrebbe andare a votare con il sistema che c’è ora disegnato dalla Corte Costituzionale: con dieci punti in meno rispetto al Pd, prenderebbe comunque un numero di parlamentari sufficienti ad essere determinante, dato che se non si tocca la soglia di sbarramento, al di là di quel che dicono i sondaggi, il Nuovo Centro Destra da solo, rischia di non arrivarci nemmeno in Parlamento. Temo che, alla fine, si sfili come ha sempre fatto. Renzi ha voluto provarci ugualmente? Auguri segretario, davvero; spero che tu riesca a fare quella riforma elettorale che da un decennio diciamo di voler fare. Ed in quest’augurio, credo, stia anche una differenza da quelli che oggi, dopo essersi abbracciati al governo per due volte con Berlusconi, ne ricordano, evocando tregende, le doti di caimano: la loro principale paura è che Renzi riesca lì dove han fallito. Dopo tutto, però, se l’approccio con cui da vent’anni ci muoviamo con quel caimano è quello che Violante confessò dieci anni fa alla Camera…

Infine, la domanda principale che si sente in quelli che oggi si scandalizzano è: “ma perché chi ieri si scandalizzava, oggi tace”. Beh, che ne so. Forse perché dopo tanto sentir parlare della necessità della condivisione e della stagione della pacificazione nazionale, si son convinti d’essere stati nel torto. Forse perché, dopo che da tutti e per mesi (anni, visto che si risale fino alla nascita del governo Monti), gli è stata spiegata l’ineluttabile necessità della trattativa con la destra, alla fine han ceduto e si sono convinti pure loro della bontà delle intese larghe, lunghe e ben distese. Forse perché, alla fine, se la minaccia è che un accordo fra Renzi e Berlusconi porti alla fine del governo Letta, in fondo, son disposti a correre il rischio; come dire, se un incontro col Caimano al Nazareno fa finire la sofferenza di dover vedere il proprio voto usato per tenere Alfano e Lupi al governo, corriamo anche il rischio.

Però, alla fine di questo post, devo confessare che il gioco di dire a quelli che han fatto il governo con la destra “proprio voi non volete l’accordo con la destra”, è troppo facile. Ed è anche ingiusto e ingeneroso. E quel silenzio, quell’assenza di proteste, forse è proprio il frutto più avvelenato di quella stagione che, scriteriatamente, i 738 voti per la rielezione di Napolitano inaugurano nello scorso aprile. Si volle fare qualcosa che andava troppo in là, senza pensare alle conseguenze. Fatto il governo con Berlusconi, mischiando i ministri e con quelle ambizioni e prospettive, oggi vale tutto. Perché forse, e volutamente molti l’ignorarono allora, fra quelli che a quell’epoca avversano con forza quell’accordo, c’era anche chi non lo faceva per interesse di parte, per ambizione personale. C’era anche chi, forse, pensava che quella soluzione aprisse ad orizzonti ingestibili e troppo compromissori, incamminandosi su strade impossibili da ripercorrere a ritroso. Tra quelli, c’era forse chi non era succube della demagogia populista e qualunquista, accusa sempre usata dai politici non in grado di spiegare e spiegarsi i fatti e le circostanze, e non era un’anima bella (se servisse a qualcosa, inviterei quanti si servirono di questa definizione ad una lettura migliore della Fenomenologia hegeliana; s’accorgerebbero che era esattamente il contrario) ma vedeva l’approssimarsi di quel buio in cui ogni vacca è grigia, per rimanere sull’illustre stoccardese, e da cui è poi difficile ripartire per ristabilire i confini e le differenze.

Ma quel dissenso fu marginalizzato, accusato di irresponsabilità, ritenuto pericoloso, aggressivo, addirittura violento, quando non banalizzato e reso ridicolo attraverso caricature e turpitudini verbali che non sto qui a ripetere. Si spiegò, a quei dissidenti, che quelle loro posizioni erano troppo comode e sterili, senza prospettive e insensate. Si disse loro che le situazioni erano troppo complicate per poter essere capite e spiegate. Si fece capire loro che sarebbe stato meglio il silenzio, e che lasciassero lavorare quelli che sapevano ciò che andava fatto e come.

Ed ora? Ora quei dissidenti schietti di allora tacciono, più disinteressati che stanchi. E al massimo comprano le birre e i pop corn e si godono lo spettacolo. Non era quello che volevate?

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