Ci vorrebbe la politica

“Eh, ci vorrebbe un tecnico”, disse l’uomo guardando la caldaia che non partiva. E non ci sarebbe nulla di strano, anzi. Chi scrive, ad esempio, dinnanzi a una simile situazione probabilmente nemmeno avrebbe aperto lo sportello della cassettina della caldaia, per dire. Ma ciò che fece sorridere, e molto, l’amico che mi ha raccontato il breve aneddoto, fu il fatto che quelle parole al cospetto della silente caldaia furono pronunciate proprio dal manutentore chiamato per farla ripartire.

La battuta m’è tornata in mente leggendo le dichiarazioni di Boccia sul caso De Girolamo: “chi sbaglia paga, ma decidono i giudici”. Ecco, “ci vorrebbe un tecnico”. Perché nessuno chiede a un coniuge di accusare l’altro o testimoniargli contro (la facoltà di astensione dal testimoniare per i prossimi congiunti è prevista anche dal codice di procedura penale, figuriamoci quando profili penali non ce ne sono), però un politico non può limitarsi a dire “decidono i giudici” – quanto poi sia opportuno che due coniugi ricoprano ruoli politici così in vista, e da lati opposti, dove potrebbe capitare che l’uno sia chiamato a contestare l’operato dell’altro, sarebbe interessante approfondirlo, ma in altra sede.

Un politico deve decidere lui su cosa sia necessario fare, politicamente. Qui i giudici, con buona pace di Boccia, non c’entrano affatto. C’entra la politica. Politicamente, è sostenibile che un ministro rimanga al suo posto dopo quello che si è letto (al di là della legittimità dei modi in cui quelle cose son divenute pubbliche; su questi, sì, sarà la magistratura a decidere) circa le modalità di gestione della cosa pubblica? È sostenibile che un ministro della Giustizia rimanga al suo posto dopo essersi comportato come la Cancellieri s’è comportata con la famiglia di alcuni indagati? È sostenibile che un ministro dell’Interno come Alfano rimanga al suo posto dopo che si è venuto a sapere che al Viminale diplomatici di altri Paesi davano ordini alle forze di polizia, che lui sapesse o meno?

Su tutto questo, è la politica titolata e chiamata a decidere. E i politici non possono dire “deciderà la magistratura”, come quel manutentore non poteva dire “ci vorrebbe un tecnico”. Dinnanzi a questioni che sono squisitamente politiche, però, quasi sempre i politici si appellano ad altri, e non solamente sulla valutazione dell’opportunità che una persona dai comportamenti discutibili rimanga al suo posto, ma anche su quali spese vadano tagliate e su cosa sia opportuno fare economia (infatti, anche per ridurre la spesa pubblica si nominano commissari e tecnici, Bondi come Cottarelli, col curioso risultato che, quando il tecnico presenta l’elenco per la decisione al politico, questi non decide, vanificando, con la sua indecisione, il lavoro fatto e aumentando i costi di quelle spese che si volevano tagliare, ai quali, immutati, andranno aggiunti quelli per il lavoro del tecnico). Io, un manutentore come quello di cui si diceva, non lo richiamerei per intervenire su un impianto, e se tutti i manutentori fossero così, perderei la fiducia nella categoria. Se tutti i politici che sono chiamati a decidere delegano ad altri, poi non stupiamoci se la fiducia in quel sistema sia così bassa.

Questa indecisione dura da troppo tempo e investe tutti gli ambiti. Per veder riconosciuto il diritto alla rappresentanza, un sindacato come la Fiom è stato costretto a ricorrere ai giudici, fino alla Consulta, così come gli insegnanti precari per vedersi riconosciuto il diritto a trasferirsi, senza penalizzazioni rispetto ai colleghi, in qualsiasi parte d’Italia, o un padre per vedere riconosciuto il diritto a far rispettare le ultime volontà di una figlia. Per poter scegliere di dare al nascituro il solo cognome della madre c’è voluta una Corte europea, così come per dire che tre anni di limite per i contratti di assunzione a tempo determinato sono un vincolo che vale anche per il comparto pubblico (a proposito, e prenderne atto? Cos’è, “ce lo chiede l’Europa” vale solo quando conviene a quelli a cui lo chiede?). Addirittura, s’è dovuta attendere la Corte Costituzionale anche per decidere sulla legge elettorale, e sempre per tacere del ruolo dei giudici nel delineare i risvolti delle vicende legate alla figura più ingombrante della politica degli ultimi vent’anni.

Per le “questioni morali” connesse al far politica, poi, col rimando alle sole decisioni della magistratura si rischiano altre pericolose derive. C’è, infatti, la concreta possibilità che si passi dalla lotta alla corruzione al semplice richiamo alla “legalità” dei comportamenti, come se questi fossero sempre accettabili finché legali (secondo le leggi fatte dagli stessi che poi dovrebbero tenerli e la tentazione sempre presente di far come colei “che libito fé licito in sua legge,/per tòrre il biasmo in che era condotta”).

E inoltre, è mai possibile che quasi mai a scoprire quelle prassi non corrette non arrivi mai per prima la politica? E mai possibile che un sindaco si accorga dei comportamenti del proprio vice solo quando glieli spiegano i giudici? E mai possibile che non si capiscano, non si vedano e non si comprendano prima quei comportamenti? E mai possibile che si faccia a gara nel passar per stupidi, per quelli che non si sono mai accorti che i loro collaboratori o i loro colleghi agivano in quel modo, e che tutto questo sia normale?

Sembra sempre di assistere al silenzio immobile dell’Aula durante la chiamata di correità di Craxi, nel luglio di quel drammatico 1992. La sensazione è che quel silenzio sia dettato dall’insicurezza delle proprie ragioni, dalla poca certezza delle ragioni della propria parte, dalla paura che davvero, se qualcuno s’alzasse a parlare, “presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”.

Per parafrasare il tecnico di cui all’inizio, dovremmo dire “ci vorrebbe un politico”, anzi, “ci vorrebbe la politica”. Quella che manca da troppo tempo, quella che i politici non vogliono fare, delegando ad altri organi i compiti per cui, col voto (e chissà perché sempre meno partecipato), i cittadini hanno delegato loro.

Alla fine, però, una domanda rimane inevasa: ma se non per “fare la politica”, per assumere le decisioni conformemente al proprio orientamento ed alle proprie convinzioni, alle idee e ai valori su cui e per i quali hanno ricevuto il mandato elettorale, per fare cosa sono eletti i rappresentanti politici?

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