Chi si scandalizza di Renzi?

“Renzi? Una figura minoritaria nel partito, ripete a pappagallo alcune ricette della destra, è fuori tempo massimo”. Sono le parole con cui, nel giugno del 2012, l’allora responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, etichettava l’attuale segretario del Pd. “Io – continuava l’ex vice ministro – a differenza sua ho avuto una lunga esperienza professionale fuori dalla politica (chissà poi quale?). Lui è un ex portaborse, diventato poi sindaco di Firenze per miracolo, per le divisioni interne al Pd”. Credo che avrebbe fatto meglio a dire, visto il risultato successivo, “Renzi chi?”.

Oggi in tanti chiamano “arrogante” Renzi perché ha umiliato la sinistra, ora minoranza del Pd. Io sono iscritto al Pd, sono di sinistra, minoranza ancora più minoritaria di Fassina, ma non mi sento affatto umiliato da quelle parole. Forse perché ci ho fatto il callo, sentendone di peggiori. Ad esempio quando, a quelli che dissentivano sulla linea dell’alleanza col Pdl di Berlusconi e di Alfano, Enrico Letta diceva che giocavano “a fare i fighi”, o, sempre alla stessa minoranza, il senatore Stefano Esposito (e mi scuso per la trivialità del linguaggio, ma il dovere di resoconto, a volte, lo impone) spiegava come facessero “i froci col culo degli altri”. Affermazioni sulle quali non ricordo critiche o prese di distanza da esponenti dell’allora maggioranza del Pd, di cui Fassina era parte, e che pare, come raccontano le cronache di quegli eventi, determinarono entrambe il tributo di una standing ovation da parte dei parlamentari che le ascoltavano in diretta. E non ricordo nemmeno editoriali che ne stigmatizzassero le parole o l’arroganza, ma forse è perché ho poca memoria.

Oggi, invece, dinnanzi a quel “Fassina chi?”, apriti cielo: l’interessato si dimette da viceministro dell’economia. Per quelle parole? Ma allora, davvero, Fassina chi? Perché se è l’ex responsabile economico del Pd, con le idee, a sentir lui, più di sinistra e critiche sul mainstream liberista dell’ultimo trentennio all’interno del partito, entrato al governo con Berlusconi per “senso di responsabilità” (ne conoscete qualcuno che l’abbia fatto per altro?), rimastoci con Alfano perché le ragioni della crisi ci sono ancora tutte (mica per altro), allora vuol dire che è un politico con un senso del dovere e un’abnegazione verso il Paese altissimi. Uno, cioè, che non si dimette per un “Fassina chi?”. Altrimenti, c’è del resto politico. Se è così, però, non è l’arroganza di Renzi il problema, ma è che Renzi abbia vinto il congresso. Il problema è che le posizioni di Renzi sono troppo lontane da quelle di Fassina, e che il primo punti a provocare tutti i giorni, con le sue accelerate, delle difficoltà ingestibili per l’attuale maggioranza di governo, rendendo complicata l’azione di mediazione di quell’esecutivo di cui il secondo faceva parte.

Detta in altri termini, il problema è che Renzi spinga così tanto sull’acceleratore e da posizioni non condivise da Fassina che rischia di far terminare presto l’esperienza delle larghe intese per ritornare al voto. Ma se fosse così, sarebbe una storia diversa, non una questione di bon ton, come sembrano volerla vendere in molti. E se fosse così, ad uno smaliziato commentatore, non ad un ingenuo come me, verrebbe da chiedere: ma se quel congresso l’avesse vinto Cuperlo, di cui Fassina era sostenitore, portando il partito su posizioni più di sinistra e idee molto più socialdemocratiche e meno blairiane, di queste idee e posizioni il vice ministro si sarebbe fatto alfiere in una maggioranza con Sacconi e Formigoni, o si sarebbe dimesso ugualmente, dato che la linea politica sostenuta all’interno del partito sarebbe stata troppo incongruente con i provvedimenti votati in seno al governo? Domanda oziosa, lo so.

Ma c’è un ultimo aspetto che mi affascina in questa storia. Ieri su La Repubblica, Francesco Merlo ha paragonato il segretario del Pd a quel Calogero Sedara del Gattopardo, divenuto sindaco di Donnafugata, mal digerito dall’aristocrazia locale che lo considererà sempre un “cafone arricchito”, ambizioso e scaltro. Ecco, io sono solo l’ultimo degli elettori, e come Ciccio Tumeo, per rimanere sull’opera di Tommasi di Lampedusa, m’aspetto sempre l’inganno dai processi democratici, ma mi chiedo: non era quella l’ambizione della democrazia? Far sì che chiunque potesse diventare sindaco di Donnafugata? Anche uno incolto e rozzo come Calogero Sedara?

Perché in quella descrizione del sempre sagace Merlo, io ci vedo un po’ l’atteggiamento che il bel film di Alberto Negrin sulla vita di Giuseppe Di Vittorio, Pane e Libertà, coglie nelle parole che il barone Orlando Rubino rivolge al sindacalista appena eletto deputato: “adesso pure i cafoni vengono in Parlamento?”. E Di Vittorio cafone lo era davvero, e orgogliosamente, sapendo di venire da una vita (o da una storia di stirpe, come chi scrive) fatta di sacrifici, miserie e privazioni. Ma nel tono del barone, quella parola suonava come disprezzo, come necessaria differenziazione castale, prima ancora che di classe, come voglia di riaffermare che c’è un posto per alcuni e un posto per altri.

Che poi è un po’ quello che si legge fra le righe di molte affermazioni di certa sinistra, quando definisce tutto quel che viene dal basso come demagogico, populista, espressione di quel “popolino” usato come categoria sminuente e sempre in tono sprezzante.

Per questo mi chiedo: se Renzi è Sedara, “quel parvenu della roba”, quelli che dai suoi comportamenti si sentono offesi chi sono? L’aristocrazia ferita di un mondo che volge al tramonto? L’élite dominante in base a non si capisce quali meccanismi che si vede scavalcata da una nuova e ambiziosa classe? Nobili, notabili e ottimati che vedono così finire il loro dominio incontrastato, anche rispetto alle dinamiche di selezione delle donne e degli uomini delle nuove dirigenze? Gli anziani custodi della tradizione o i cadetti formatisi all’interno delle scuole del galateo della politica, i predestinati al potere, gli eredi al governo di una particolare monarchia dinastica che accetta la democrazia solo se ne giustifica e ratifica le scelte e le decisioni?

Davvero: chi sono quelli in cui destano scandalo le parole e i comportamenti di Matteo Renzi?

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