Bisogna trovare le parole, non cercare le scuse

Quelle derive reazionarie, inneggianti addirittura a giunte militari, sono preoccupanti. I toni razzisti ed antisemiti davvero pericolosi. Le violenze inaccettabili. E su tutto questo non ci possono essere mezze misure o ambiguità: deve essere denunciato con chiarezza.

Più pericoloso ancora, però, rischia di essere l’archiviazione di tutto il fenomeno dei “forconi”, del movimento del 9 dicembre, sotto la comoda etichetta di ribellismo qualunquista e demagogico. Comoda, ovviamente, per chi l’assegna.

Fateci caso: il movimento dei forconi è più forte e radicato laddove la crisi morde di più. Nel Veneto dei sucidi degli imprenditori e dell’implosione del modello piccolo aziendale e manifatturiero a basso contenuto tecnologico e nella Torino piegata dall’esorbitante numero di ore di cassa integrazione, della disoccupazione galoppante e dell’emergenza sfratti per morosità incolpevole, che sta assumendo cifre incontrollabili. In piazza e per le strade non ci sono solo le forze politiche di destra o strane figure in cerca di una visibilità e di una massa elettorale. Questi esistono, come le frange più estreme, da Casa Pound agli ultras di diversi colori, e tentano di cavalcare la protesta. In questa situazione, e non è un caso che proprio da lì venga il tentativo più forte di contatto, gioca un ruolo anche la lunga fase di personificazione della politica, che con l’uscita di scena di Berlusconi segna quasi la fine della rappresentanza di un mondo che in lui, e non nelle istituzioni o nella forza politica che guidava, si riconosceva.

Ma tutto questo non basta.

Certo, la piattaforma, la richiesta di quelle piazze è sostanzialmente un ritorno ad una situazione precedente ed una reazione a quella attuale. Ma non è il tentativo della restaurazione di un precedente regime, quanto, banalmente, quello di ritornare ad una condizione per loro migliore, materialmente migliore.

E che la sinistra politica e istituzionale, in questa circostanza, sia afasica, mi preoccupa, e molto. Non sono belli i toni di quelle piazze. Non c’è proposta politica in molte di quelle rivendicazioni. E lo stesso simbolo utilizzato segna il limite di una rivolta che non ha, né può avere, l’ambizione alla rivoluzione, ad un movimento che tenti di cambiare le cose: è brutale, violento e anche disperato.

Ma come pensate che sia la povertà? Come credete che possa essere la paura? La paura di non farcela a pagare le cartelle esattoriali, la paura di non poter pagare il mutuo per la casa, e sì, anche le rate del televisore al plasma, quelle che hanno alimentato quella bolla dei consumi su cui tutti misuravamo il crescere del nostro Pil. La paura che diventa certezza negli occhi dei figli, quella di non poter garantire a loro un futuro migliore, o almeno uguale al passato che si è vissuto.

Ieri, all’assemblea del Pd, il maggiore soggetto politico della sinistra in questo Paese, di quella protesta si è parlato solo per stigmatizzarne i toni o per chiedere inflessibilità nella repressione delle forme. Ma che roba è? Non dovrebbe muovere la nostra cultura politica dall’analisi dell’essere sociale? Non dovremmo noi cercare le ragioni di quelle manifestazioni, che sono solo un epifenomeno, per quanto più violento ed eclatante, mentre il cuore del problema è in quel sentimento di sfiducia che più volte si è già manifestato, ma dinnanzi al quale, proprio a sinistra e colpevolmente, si sono scrollate le spalle?

Urlano “tutti a casa”, minacciando di cacciare i politici col forcone, appunto. Non mettono in discussione le istituzioni o il principio di rappresentanza: semplicemente, non le riconoscono e non si sentono riconosciuti. E che fosse così, lo sapevamo da tempo, anche se a molti ha fatto comodo credere il contrario.

I livelli di astensione altissimi, i voti dati a forze politiche chiaramente antisistema, i voti dati a quelle che sicuramente non avrebbero raggiunto il quorum, le nulle, le bianche… Da tempo i rappresentanti rappresentano meno della metà dei potenziali rappresentati. Quando a Roma è stato eletto il sindaco con il 45% degli aventi diritto, molti han festeggiato, vedendoci la vittoria delle larghe intese, ugualmente quando alle regionali di Basilicata il risultato di partecipazione è stato identico. E tutti quelli non rappresentati? Che volete che sia. Ecco, quelli che protestano sono i non rappresentati.

Sono i non rappresentati dalla politica, ma anche dai sindacati e dalle associazioni di categoria. Quei precari a cui non è stato rinnovato il contratto per l’applicazione delle norme Monti/Fornero. E che volete che sia. Quelle partite Iva che nascondono assunzioni non dichiarate e per le quali non basta non aver aumentato l’aliquota per la gestione separata. E che volete che sia. Quegli ambulanti che non sanno più a chi vendere la merce, mentre aumenta il prezzo per l’occupazione di suolo pubblico. E che volete che sia. Quei dipendenti di società piccole, non sindacalizzati perché irrilevanti per il sistema del sindacato e che, con l’impresa chiusa, scendono in piazza accanto al loro ex datore di lavoro, non rappresentato anch’egli. E che volete che sia. Quei trasportatori, costretti ad aggirare le leggi per rispettare i tempi delle consegne, quei manovali, costretti a casa dalla crisi dell’edilizia, quegli agricoltori, strozzati dalla grande distribuzione, quei dipendenti, costretti a diventare soci d’un padrone, cooperativo nel nome ma non nei fatti. E che volete che sia.

C’era una vignetta ieri su l’Unità per cui, sinceramente, ho provato vergogna. Metteva in contrapposizione la possibilità di detrarre le spese per i libri con le minacce di bruciarli da parte di alcuni manifestanti fatte ad una libreria di Savona. Per quanto il provvedimento sia meritorio ed esecrabile la minaccia, che discorso è? Adesso una protesta e le sue richieste le giudichiamo dal numero dei libri letti dai manifestanti? Quella mancanza di cultura non è una colpa di chi la subisce, ma di chi, per anni, non ha visto che l’unico modo in cui era inteso il benessere fosse il calcolo dei prodotti acquistati, o che quando l’ha visto ha evitato di prenderlo sul serio. In questo sistema fintamente meritocratico e concretamente antiegualitario, l’ignoranza di un popolo che per oltre la metà legge meno d’un libro all’anno rischia di passare da responsabilità collettiva a colpa individuale, come colpa rischia di diventare la povertà, e colpevoli, e quindi meritevoli della punizione che stanno subendo, rischiano di essere considerati coloro che ora protestano.

Sono persone impoverite, che hanno paura per il loro futuro. E sì, non hanno letto Gogol’ e non han visto Truffaut, ma se chi li critica ha letto Baudelaire e visto Buñuel sa che spesso la rivolta non mira a sovvertire l’ordine, ma a rovesciare gli dei giù, sulla terra, e se il potere si chiude in sé stesso, cercando nelle sue istituzioni, e solo in quelle, la giustificazione della sua rappresentanza, rischia di non sapere più come uscirne.

Perché la narrazione fatta finora, quel filo conduttore su cui s’è sperticata la politica istituzionale nel giustificarsi come unica possibilità possibile è ormai il vero palazzo d’inverno verso cui quella rabbia cerca di scagliarsi. E stupisce che sia la sinistra a non trovare le parole per dare fiducia a chi oggi soffre. La destra, in questo, fa il suo mestiere: liberato il campo dalla speranza delle alternative, domina il terreno della paura per la realtà. E indica gli untori per coprire le proprie mancanze.

Parlare di fine delle alternative nelle menti di chi non vede strade davanti al proprio incedere ha l’effetto che avrebbe su una mosca il vedersi presa in un bicchiere rovesciato: si rischia di impazzire. E si esplode. Non capirlo, può essere una colpa ancor più grave che fomentare le espressioni di ribellione. Signori della sinistra, non è in discussione la matrice politica delle manifestazioni, è in discussione il futuro che non vedono più per loro i manifestanti. Ad essere in discussione è l’abbandono della speranza, l’idea che molti non riconoscano più un patto sociale di cui anche loro siano parte, la fine della possibilità di migliorare il proprio essere, mentre chi guida il Paese è percepito come ricco e sordo, e per questo lo si vuole rovesciare giù sulla terra, tentando di praticare in basso quel principio di uguaglianza che viene negato in alto. È prepolitico? Certamente. Irrazionale? Ovviamente. Disperato? Sicuramente. Di una disperazione primordiale, come primordiale è il forcone simbolicamente imbracciato. Ma il fatto che la sinistra e la sua classe dirigente non riescano a trovare le parole per discutere di quei problemi e con chi li denuncia con tanta forza, potenzialmente distruttrice, preoccupa ancora di più di quanto faccia il tentativo di altri, goffo ma non per questo meno pericoloso, di sfruttarne e organizzarne il moto di protesta.

Etichettare anche le ragioni con i colori politici di chi ne parla è il modo più efficace per non dover affrontare i motivi che le generano, mentre l’accusa sommaria di “populismo” rischia di apparire come la chiusura del potere alle richieste degli impotenti e di aumentarne la rabbia.

E questo, la sinistra e il suo più grande partito, è un errore che non può permettersi.

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