Nel Paese che non cambia, quello di Ciccio Tumeo si fa primo partito

Dopotutto, come dar loro torto. A quelli che a votare non ci vanno più, dico, e che forse non ci sono mai andati. Come dar loro torto, se per anni, come Ciccio Tumeo, han visto i propri “no” farsi “sì” in mano a quelli che avevan delegato a custodirli, rappresentandoli. E come l’organista di Donnafugata, anche loro masticano amaro su quanto accaduto, e pur di non darla vinta a chi, trasformandosi più e più volte, quel mutamento ha compiuto, rinunciano a dare del tutto un assenso espresso in voti. «Chi non sceglie si tiene quelli che vincono?», potreste obiettare. Certo; ma se li tiene comunque, visto che, di qua o di là, da tempo sempre sono le stesse le cose si vedono fare. Chi rinuncia, al massimo, pare voler dire «non in mio nome, almeno». E sembra di leggere il Thoreau de La disobbedienza civile: «un uomo non ha il dovere di consacrarsi a raddrizzar torti, fossero anche i più grandi; può aver l’assillo di altri problemi. In tal caso è suo dovere almeno lavarsi le mani di tutto ciò e, se non ci pensa più, negare il proprio appoggio a ciò che è ingiusto».

E se pensate che l’astensione sia soltanto il frutto appassito d’una malintesa indolenza isolana, voglio ricordare che le ultime elezioni regionali in quella che, retoricamente, spesso è stata definita il baluardo del senso civico italico, l’Emilia Romagna, l’affluenza si fermò al 37,67% (pure se in quell’occasione, il leader del partito di quanti oggi sono allarmati archiviava la fuga dalle urne come un «problema secondario», tanto lui aveva vinto), quasi dieci punti in meno del 46,76 registrato in Sicilia. E sempre ieri, a Ostia e dintorni che compongono la municipalità (e se pensate sia solo una frazione di Roma, vi segnalo che è grande quasi quanto Venezia), i due terzi degli aventi diritto al voto hanno pensato bene che non valesse la pena esprimerlo (e chissà cosa farebbero quelli che, da sinistra, stigmatizzano i renitenti al dovere elettorale, citando a sproposito Gramsci e il suo biasimo per gli indifferenti, se si trovassero a dover scegliere nel prossimo ballottaggio per il presidente del X Municipio capitolino).

Poi, certo, c’è la lettura dei voti espressi, che dicono che il centrodestra vince, che il M5S è, in Sicilia, ma temo non solamente là, l’unica alternativa alla coalizione di Berlusconi oggi riconosciuta come tale dagli elettori, e che Pd e sinistra perdono (a quelli che dicono che il Pd perde per colpa della sinistra che si scinde, consiglio di fare, se non l’analisi del voto, almeno la somma: neppure in quel caso avrebbero vinto, rimanendo a dieci punti dal secondo e a tredici dal primo, Alfano compreso).

Una tristezza ancora più grande. E tanta voglia di accompagnare a caccia don Ciccio.

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2 risposte a Nel Paese che non cambia, quello di Ciccio Tumeo si fa primo partito

  1. Italiote scrive:

    Non può usarsi forzatamente una affermazione di Thoreau come un endorsement ad un astensionismo che ha praticamente l’effetto di avallare completamente quello di cui contestualmente ci si starebbe lamentando.

    Ai tempi della sua pubblicazione non erano consentiti referendum abrogativi ed il filosofo si trovava a prendere le parti di orientamenti (al tempo presumibilmente) minoritari argomentando che in tale situazione la negazione del supporto allo schiavismo o alle guerre potesse comunque palesarsi con effetti concreti attraverso la mobilitazione massiva della minoranza non con l’astensione ma con azioni di “disobbedienza civile”.

    Scomodare il defunto Thoreau e giustificare l’inerzia di una maggioranza aggiungendo il poco dettagliato pretesto che gli eletti non abbiano esercitato il mandato “correttamente” (a detta di questo o quello che proprio alle elezioni dovrebbero contribuire a selezionarli) genera una stonatura grossolana se si ammette che il pretestuoso “cruccio” non possa esser plausibilmente rivolto tutti gli atti politici ma solo ad un numero _vago_ di atti (generalmente passibili di abrogazione referendaria).

    Giacché persino mutare la consistenza numerica dei gruppi alleati di una coalizione ha degli effetti (indiretti) di indirizzo sugli atti delle stesse, invece di accampare -verso se stessi- giustificazioni contraddittorie per non ammettere il proprio supporto (pur passivo che sia), chi non desidera i vecchi indesiderabili voti qualcun altro nuovo (pur minoritario che sia) oppure ammetta che che le egemonie sgradite siano accettabili (in quanto _consapevolmente_ accettate.

    Inutile accampare diversivi posticci per distrarre sé stessi dal fatto palese che l’andazzo astensionista giovi ai presumibilmente “indesiderati” che (forti di percentuali gonfiate all’astensione)/em> intaseranno lo spazio mediatico necessario affinché proposte alternative abbiano la possibilità di essere conosciute.

    Chi si lamenta che non sia nata ancora la gallina che non insozzi il cortile dovrebbe trattenersi dal passare con un rullo compressore sulle uova che avrebbero potuto avere il tempo di schiudersi.

    «Quale è il prezzo attuale di una persona onesta e di un amante del proprio paese, al giorno d’oggi? Queste persone mostrano esitazione, rammarico, e talvolta firmano petizioni; ma non fanno nulla di serio, che abbia un qualche effetto. Esse attenderanno, ben disposte, che qualcun altro rimedi al male di modo che non debbano più provarne rincrescimento. Tutt’al più queste persone concedono alla giustizia un voto che non costa nulla, un debole assenso, un incoraggiamento di Buona Fortuna, e via.» (Theoreau)

    Chi decide che i candidati debbano essere solo le tre-quattro maggiori fazioni in grado di essere surrettiziamente rappresentate dalle leggi elettorali?

    Chi decide he non valga la pena votare alleati in modo che possano con peso maggiore possano indirizzare la coalizione in modo da _ridurre_ le politiche sgradite?

    Chi decide che non valga la pena di sostenere nuove alternative “fuori da oalizioni” che così mai supereranno le soglie?

    Chi decide che non valga di no perseguire l’abrogazione referendaria?

    A puntare il dito verso la delusione causata da questo o quel torto politico non si può giungere a perorare l’accettazione di una vagonata di torti a meno che non si intenda narrare una farsa:

    È un teatro dell’assurdo quello di una maggioranza che ragioni come se fosse in minoranza.

    PS: Che Thoreau la volesse realmente o meno, la fine dello schiavismo iniziò pochi anni dopo con l’elezione a presidente USA di un candidato con agenda antischiavista.

    Anni prima il filosofo aveva già predetto: «Quando, alla fine, la maggioranza voterà per l’abolizione della schiavitù, sarà perché il problema le è divenuto indifferente, o perché ci sarà ben poca schiavitù da abolire con il voto.»

    Sarebbe ora di ritorcere il sarcasmo di Thoreau verso chi si comporta come se le ragioni di scontento odierne si risolveranno da sole prima che la maggioranza di astenuti voti qualcuno che possa mai provare a risolverli in modo “soddisfacente”.

  2. Pingback: Il ritorno di don Ciccio Tumeo - [ciwati]

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