Il trasformista agli occhi di Don Ciccio

Don Ciccio Tumeo, intendo, e Il trasformista di Giuseppe Civati, l’ultimo libro del deputato Pd nelle librerie da pochi giorni. Bene, se l’organista di Donnafugata, forse uno dei personaggi più carismatici e caratterizzanti de Il Gattopardo, leggesse quelle pagine, rischierebbe di confermare le sue opinioni. A meno che… Ma andiamo con ordine.

Il trasformismo non è una pratica politica e basta; è la pratica politica connessa con la ricerca e il perseguimento del potere per il potere. Lo dice Riccardo di Gloucester, nell’Enrico VI di Shakespeare: “Io son capace di cambiar colore più di un camaleonte, e se necessario mutare forma come e più di Proteo; e in fatto di assassinio dar lezione a Machiavelli. So fare questo, e non saprò prendermi una corona?”.

Ecco, appunto: so cambiare secondo le necessità, e anche colpire duro e perfidamente, addirittura gli amici, non saprò giungere al governo? Nel libro di Civati c’è, ovviamente, molta analisi su quello che è il sistema politico attuale e su ciò che sta diventando sempre di più il suo partito. In fondo, il tema vitale è cambiare tutto, pure sé stessi, per lasciare immutati, e se possibile irrigiditi, i rapporti di forza e di fondo.

Con un di più che è francamente sconfortante, e che l’autore non ha forse il pudore di mettere allo scoperto: la professionalizzazione del ceto politico, fenomeno che favorisce e innerva la pratica del trasformismo. Ne Il trasformista è ripresa un’immagine dura di Nadia Urbinati, che parla del modello catch-all party, a cui sembra tendere l’attuale dirigenza del Pd, come di un modello Macy’s, “dal nome dei grandi magazzini americani, primi nel mondo, che rivoluzionarono il mercato quando misero in uno stesso spazio merci non solo di diverso genere ma anche prodotte da diverse case, tradizio­nalmente competitive tra di loro. Invece dei negoziet­ti mono-brand o dei molti banchi che vediamo anco­ra nei mercati italiani, dove avviene la contrattazione diretta da parte del compratore, il modello grande magazzino abolisce quella contrattazione e impone il prezzo fisso […]. L’omogeneità dello spazio e l’imper­sonalità del venditore rendono possibile questa compresenza di diversi senza tensione competitiva. Inve­ce del vociare tra una bancarella e l’altra, una grande e silenziosa corsa agli acquisti, con i clienti che diven­tano compartecipi del clima di rilassato consumo”. Se ci pensate, una rappresentazione degna delle migliori, o dovremmo dire peggiori, distopie grigie e angoscianti sulle società futuribili.

Il limite del pudore a cui accennavo prima è nel non voler sviluppare i risvolti bassi di quel modello. Perché è vero che il partito della Nazione rischia di essere un supermercato, in cui si trova tutto. Ma è anche vero che i suoi addetti non spingono per vendere un prodotto o una marca che non sia quella che, di volta in volta, il direttore proponga. Insomma, accanto alla politica-commercializzazione conta, e molto,  la politica-professione.

Il fatto che gli elettori da tempo, troppo, non si stupiscano più che chi ieri difendeva alcuni temi, oggi li cancelli col suo voto in Parlamento senza fare una piega, è dovuto alla convinzione diffusa che la politica sia solo mestiere: sono funzionari, non ideologi. Anche perché, proprio della fine delle ideologie gioivano tutti; e se si tolgono quelle, cosa rimane? La politica come mestiere, che altro?

Provando a fare un esempio, col massimo del cinismo possibile, pensate a un impiegato del Comune: magari lavora all’ufficio tecnico o ai servizi sociali e ha una sua visione di urbanizzazione e assetto della città di sinistra, inclusiva e democratica. E immaginate che però, a guidare l’amministrazione comunale, ci sia una giunta di destra, classista ed esclusivista; che farebbe quell’impiegato? Porrebbe in essere le indicazioni del governo cittadino, anche se sono contrarie ai suoi valori, ovviamente, perché quello sarebbe il suo lavoro.

Ecco perché nessuno pare scandalizzarsi del fatto che quelli che sostengono con più forza alcune cose siano gli stessi che le avversavano, magari con la medesima energia; se chi conduce il gioco soffia in una direzione, allora è questa la direzione giusta. E se domani un altro condottiero soffierà in una diversa, allora sarà quest’altra quella giusta. Loro soffiano dove chi guida dice di andare, non come suggerisce Diego Fusaro ai coraggiosi, nel verso in cui vorrebbero andare loro.

Però, la forza del trasformismo è anche nell’inganno, come quelli di Teti, con cui, mutando, sfugge a Peleo. In soccorso dell’eacide (visto che anche quella dei patronimici pare essere una tradizione di ritorno) giunge Proteo, lo stesso di prima, che conosce chi si trasforma per essere uno di loro e Teti per esserne figlio. E Ovidio ci racconta come questi spieghi a Peleo che, per quanto Teti s’affanni a mutare, egli dovrà tenerla legata, quasi che quelle funi fossero i fili logici d’un ragionamento, che rimane sul punto, al di là dello spettacolo cangiante delle forme.

Il dramma, per Civati e per tutti noi, è che quella delle configurazioni mutevoli e variegate è intesa come l’unica politica possibile, addirittura quella giusta da fare. Quante volte avete sentito dire: “se la maggioranza decide così, ci si adegua”? Tante, credo. Ma la domanda è: “pure se quella maggioranza decide il contrario di quanto si diceva essere i propri valori e princìpi?”. La risposta diffusa rischia di essere “sì”, condita da un sempre buono: “bisogna lasciar lavorare chi vince”. Il non conformarsi rischia di divenire il problema, non il conformismo, e il concretismo (altro prodotto apprezzatissimo di un’inesauribile mitopoiesi) si espone al pericolo di farsi opportunismo, traducendosi in un prosaico “si fa quel che si può fare, nelle condizioni date, purché si sia noi a farlo”.

E così tutto si trasforma per evitare di cambiare le cose che ha davanti: muta sé stesso per adattarsi ognuno, non cambia nulla e tutto richiede adeguamento. Dopotutto, cos’altro era “il partito in sintonia con la società” di cui qualcuno parlava agli albori del Pd se non quello capace di aderire di volta in volta alle condizioni date, avendo rinunciato a cambiarle.

Dunque, non se ne esce? No, a meno di non provare a fare quello che l’autore stesso suggerisce alla fine del suo libro: sviluppare e sostenere autonomia di valutazione e pensiero critico (azzarderei, perseguendo vie cartesiane). Che non significa andar controcorrente per il gusto d’apparire diversi, ma provare a non scambiare, per usare le parole di Nietzsche, “colui che pesca nel torbido con colui che attinge dal profondo”. Insomma, attraverso il metodo di Proteo (e in un certo senso di Socrate, non a caso messo a morte da chi più di altri si diceva democratico, scambiando il volere dei più con il vero), e secondo un andamento dialogico, costringere il racconto del potere a fare i conti con la realtà del possibile.

Difficile? Ovvio che sì, e lo dice fra le sue righe lo stesso Civati, spesso ricorrendo al tanto amato Giordano Bruno. Ma davvero, in questo, non ci sono alternative. A parte una, e così torniamo al punto da cui sono partito in questo lungo post-recensione: dar ragione a Don Ciccio Tumeo.

Rassegnandosi, cioè, a quella che sempre più sta diventando una separazione in caste, o classi, dato che il fondamento economico e strutturale anche in tale frammentazione, fra quelli che partecipano e quanti, continuamente e sempre di più, se ne chiamano fuori. Davanti alla totale e manifesta inutilità del proprio voto, fatto diventare “sì” da “no”, il personaggio di Tomasi di Lampedusa decide che quella in occasione della consultazione per l’adesione all’Italia unitaria sarà stata la prima e anche l’ultima volta in cui l’avrà espresso. Tanto, se tutti si trasformano, a che serve scegliere gli uni o gli altri?

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