La scuola buona a vendersi

La buona scuola è diventata un brand in grado di attrarre su di sé l’attenzione dei privati. Sono state tantissime le imprese – da Samsung a Microsoft – che spontaneamente hanno contattato il Miur per ‘sponsorizzare’ la scuola e le sue buone pratiche. E di questo sono molto contento: vuol dire che è chiaro a tutti che è sul futuro del nostro Paese che dobbiamo investire e che siamo chiamati tutti quanti a farlo perché la scuola è società e ne siamo tutti responsabili”. Sono le parole del sottosegretario all’Istruzione e responsabile scuola del Pd.

Davide Faraone è contento; beato lui. Io, confesso, sono invece un po’ preoccupato. “Facciamo l’ipotesi”, per porla come l’avrebbe posta Calamandrei, che i privati decidano davvero di vedere nella scuola un “brand” (ma come parlano questi politici rampanti?) e di spendervi dei soldi: in quali di quesiti lo farebbero? Nelle scuole migliori, va da sé, o in quelle eccessivamente a rischio, che possono sempre tornare utili quali attestazioni dell’impegno sociale dello sponsor. E tutte le altre? È lecito pensare che andranno da sé anche loro, ovunque questo conduca. E per sostenere quali progetti, quali modelli, quali percorsi educativi? Provando a farla più difficile: come evitare il rischio che l’insegnamento diventi meno libero, se deve compiacere investitori interessati a vedere, giustamente, ripagati i loro investimenti?

Il marchio (o la frasca, per quelli dal parlare meno glamour) serve per vendere qualcosa. E anche se nel linguaggio trendy questo può essere definito “attrarre investimenti”, bisogna che il prodotto messo sul mercato sia rispondente alle richieste dei possibili acquirenti o investitori che siano, che quel qualcosa che si vende sia buono a vendersi, insomma. Che è lecito, per carità; ma non credo che sia quello che serve per la scuola. Soprattutto se è e vuole rimanere pubblica (a proposito: perché non riutilizzare quel termine, “pubblica”, anche per la dicitura del ministero?).

Il rischio, neanche tanto lontano, è che nell’ansia di coprire i buchi che i minori trasferimenti creano attraverso finanziamenti privati, molte scuole possano essere tentate di divenire più appetibili, buone a vendersi, appunto, cercando di offrire ai finanziatori quei “prodotti” che essi più ricercano. Anche quando questo potesse significare disegnare percorsi formativi consoni alle necessità di chi ha i soldi da investire.

In uno scenario così delineato, che non è impossibile da prevedere, sarebbe ancora libero l’insegnamento, sarebbe ancora rispettato l’articolo 33 della Costituzione, sarebbero ancora salvaguardati i princìpi repubblicani e democratici nelle istituzioni? Non so, ma non sarei così “contento” come si definisce il sottosegretario, specialmente se quei soldi arrivassero in un momento di diminuzione di quelli pubblici, aumentando in tal modo il loro potere di determinare a loro favore le condizioni.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento