Passata la retorica, rimane la disparità

«I parametri su cui incidere per limitare il contagio sono molteplici, e a ogni passaggio si decide quali utilizzare. Ma mesi di discussioni per lo più aprioristiche, ideologiche e distrattamente di comodo sull’opportunità o meno di tenere aperte le scuole ci hanno lasciato inchiodati all’incirca al punto di partenza, con una norma che non tutela nemmeno la presenza per i bambini più piccoli, non ancora autosufficienti nella dad, una norma che ricade in modo diretto e gravoso soprattutto sulle loro madri. Perché chi, in maggioranza, rinuncerà di nuovo alle proprie ore di lavoro, all’uso del proprio computer, alla sua sacrosanta attività motoria all’aperto? Non serve un’indagine dell’Istat per rispondere. […] A cosa servono tutte le statistiche cupe su come la pandemia ha colpito l’occupazione femminile, statistiche che abbiamo assorbito nelle settimane scorse, se non a tenerne conto oggi? Il momento in cui si evita l’aggravarsi ulteriore degli svantaggi, in cui si costruisce una vera parità di genere è questo, non è tra un mese, non è dopo Pasqua».

Così Paolo Giordano, sul Corriere della Sera di martedì scorso. E credo che sia perfetto quanto scrive, soprattutto perché fa ragione di tutta la stucchevole retorica che sentiamo, sulle misure per la parità di genere, e la pratica gestione dell’ordinario, che su una parte precisa di quei generi scarica le incombenze maggiori. Qualche giorno fa, riprendevo le parole di Barbara Stefanelli per 7 – Corriere della Sera del 12 marzo: «viene il sospetto che l’Italia, Paese con bassi indici di occupazione femminile, abbia fatto un calcolo seminascosto sul lavoro delle madri: donne disoccupate, mai occupate, in part-time o con lavori a perdere avrebbero sostenuto silenziose il peso degli squilibri da Didattica a distanza. Di nuovo una trappola per quella metà di Paese che finirà – nonostante proclami e promesse – ai margini della ripartenza». Sinceramente, credo sia ben più di un sospetto.

Più di un sospetto perché, a un anno dall’inizio di questa drammatica vicenda, la risposta è sempre la stessa, articolata nei medesimi modi, spinta su identici binari. Si scarica sulle scuole, indistintamente, la prima misura di contenimento dei contagi, si sommano e si parificano, in quelle decisioni, i bambini delle materne e gli adolescenti dei licei, s’ignorano le difficoltà, i contesti familiari, le estrazioni sociali dei destinatari di quei provvedimenti. E sulla disparità, si finge di non sapere come stiano davvero le cose, e quanto, quelli come me, siano una minoranza fortunata, nella possibilità di render da remoto la propria prestazione lavorativa o richiedere e aver ferie, permessi o altro, mentre tante, troppe famiglie si lacerano su difficoltà ardue.

Difficoltà che le donne pagano per prima e a più caro prezzo.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica, società e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.